Categorie: Il fatto

Mediterraneo: orrore | e nuova estetica |

di - 16 Febbraio 2015
Minaccia reale o meno, le immagini che sono pervenute in queste ore da una spiaggia libica dove una ventina di prigionieri in tuta arancione sono stati decapitati dai boia dell’IS, arrivati nello stato del Nord Africa, hanno il solito appeal allucinante a cui, per fortuna, non si riesce a fare il callo come accade con altre immagini di guerra o violenza.
Il messaggio, in video, è pressoché questo: “Ci avete visti in Siria, ora siamo qui, a sud di Roma”: la conferma arriva anche dal Site, pagina americana di monitoraggio dello jihadismo sul web, anche se la direttrice Rita Katz parla di “accenti differenti” rispetto alle esecuzioni degli scorsi giorni in Egitto.
Medesimo gruppo o altro branco è quasi secondario nelle ore in cui Copenhagen è stata messa sotto assedio come Parigi durante le due giornate di Charlie Hebdo, e i guerrieri dell’Isis dopo la Nigeria hanno raggiunto e scavalcato anche i confini del Ciad.
L’Africa Nera, come sappiamo, dal nostro Paese è ben lontana non solo dagli occhi, ma la Libia dell’ex primavera araba no. E se ci eravamo commossi per le dimostrazioni di libertà e indipendenza ormai quattro anni fa, oggi bisogna fare i conti con il fatto che “a Sud di Roma”, gli jihadisti hanno preso Sirte e secondo le fonti locali la situazione è gravissima.
Ma se la cronaca la conosciamo, e in qualche modo si riesce a seguire anche in presa diretta, quello che non si riesce a prevedere è come proseguirà questa avanzata con il coltello alla mano. L’Italia non farà mancare un intervento militare, che ha visto d’accordo anche partiti che fino a ieri avevano nicchiato: tutti tranne 5 Stelle. Forza Italia, Lega e Sel, si sono detti a favore di un’azione Nato, ma oltre alle strategie di difesa c’è una sorta di “mistero della violenza” da arginare. Bisognerà ricostruire e delimitare le geografie di combattimento? E come si potranno ammainare le bandiere nere? Stavolta non si potrà giocare la carta dell’indifferenza come per i fatti di Boko-Haram o per le quotidiane tragedie di Mosul. E in più dovremmo riscrivere codici per comprendere anche un aspetto fondamentale di questa lotta: il suo essere una teatralizzazione oscena, una pièce organizzata con una, ormai consapevole, estetica del terrore che non c’entra nulla con i vecchi video proclami di Bin Laden nelle grotte, senza nessuna concessione estetica.
Il fatto che si vada incontro a un “orrore patinato”, se questo binomio paradossale può avere un senso, rende questa minaccia ancora più sconvolgente.

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