Categorie: Il fatto

Musei. Per molti, ma non per tutti

di - 24 Luglio 2015
Il regno dei musei gratis, dell’arte per tutti, del “non so come riempire le due ore di buco aspettando il mio amico, faccio un salto al British Museum”, che è la Gran Bretagna, potrebbe tornare sui suoi passi. Complice la crisi – che anche oltre manica morde – e lo spettro della imminente spending review (si parla in questi giorni di possibili tagli per il 40 per cento ai dipartimenti governativi, i nostri Ministeri, entro il 2019-20), molte amministrazioni, come York o Brighton, hanno introdotto, o lo faranno a breve, un biglietto a pagamento per i loro musei.
Il sistema museale di certo non è la sanità pubblica, e ovviamente sarebbe più grave dover pagare una visita al pronto soccorso che un biglietto per entrare alla Tate, ma questo non allevia il grande fastidio con cui inevitabilmente si accoglie la notizia. Soprattutto dopo anni e anni di disquisizioni sull’utilità finanziaria o meno, per le casse dei musei, degli introiti da biglietto.
Eppure Jonathan Jones, dal “Guardian” ce la fa vedere da un punto di vista diverso: le cose stanno così, inutile sognare, e meglio dover pagare l’entrata in un museo che veder vendere un capolavoro della statuaria egizia, per esempio, come ha dovuto fare un anno fa il museo di Northampton. Oppure dover vedere un museo che apre solo mezza giornata o tre giorni alla settimana.
E in fondo i teatri, i cinema, non sono gratis. Così come i musei in quasi tutti i paesi del mondo – il Louvre, il Met, gli Uffizi.
Anche la qualità delle mostre temporanee – l’unica cosa nei musei inglesi per cui si paga l’ingresso – secondo Jones, potrebbe migliorare tramite l’estensione dell’entrata a pagamento a tutto il museo: in questo caso gli staff curatoriali, che ora sono costretti a sfornare un calendario frenetico di mostre temporanee, spesso blockbuster, per tenere costanti l’attenzione e l’afflusso dei visitatori in musei le cui collezioni permanenti sono visibili sempre e senza alcun costo, potrebbero allentare il passo e lavorare meglio (anche se su questo abbiamo qualche dubbio: la tentazione della mostra “di cassetta” è sempre irresistibile).
Insomma cade un mito, il mito del museo gratis, e cade proprio nel Paese che di quel mito faceva uno dei suoi più grandi motivi di orgoglio.
E da noi cosa succede? Da noi la situazione è più nebulosa e complessa, sia per la complessità del rapporto tra visitatori dei musei e indotto del territorio, sia per il fattore “museo diffuso”, molto più radicato e potente in Italia che altrove.
E poi, diciamolo, un conto sono gli Uffizi, dove l’afflusso turistico è enorme, e un conto è il Museo Archeologico Statale di Arcevia che di certo non può autosostenersi con i suoi 690 euro di introiti da biglietti (vedi i dati statistici del 2014).
Proprio un anno fa il ministro Franceschini varò una riforma delle tariffe museali, riservando l’entrata gratuita a tutti ogni prima domenica del mese, oppure sempre solo ai minori di 18 anni (e escludendo i vecchi beneficiari over 65), e garantendo a ogni museo la gestione dei propri introiti, onde incoraggiarne un comportamento virtuoso.
Già all’inizio del 2015 si è parlato di un sensibile aumento di visitatori paganti, ma per capire bene i veri numeri (e soprattutto il rapporto tra introiti e finanziamenti pubblici) dovremo aspettare ancora. Quindi? Bando alle ciance e aprire il portafogli! Questa sembra la soluzione: la cultura, che lo si voglia o no, non è mai stata alla portata di tutti. (Mario Finazzi)

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