Categorie: Il fatto

Resilienza, e resistenza

di - 22 Marzo 2016
Sembra un colabrodo, e forse è così. Eppure, come sempre, gli italiani – studenti compresi – sembrano avere l’immensa capacità non solo di essere resistenti, ma anche resilienti.
Di che parliamo? Di un’impietosa fotografia dei nostri atenei, che dovrebbero essere il fiore all’occhiello per lo sviluppo che tanto si decanta, e che invece macinano solo un misero 17 per cento di laureati rispetto al 42 per cento del Regno Uniti, per esempio, e al 33 per cento dei Paesi industrializzati e, in teoria, civilizzati.
Siamo i primi, invece, per lavori prodotti rispetto ai ricercatori, e a dirlo sono stati qualcosa come 68 atenei italiani riunitisi nel “convegno di primavera”, quando sembra che però la primavera sia solo una stagione da calendario, e non di certo una condizione di un nuovo sviluppo. Già, perché sempre stando a questi dati, l’investimento sull’università è di 109 euro pro capite nel nostro Paese, contro gli oltre 600 della Corea del Sud e i 300 della Germania.
Un divario che fa mettere le mani nei capelli anche quando si parla di fondi: se negli ultimi sette anni i governi tedeschi hanno aumentato del 20 per cento i fondi pubblici sugli atenei, l’Italia li ha diminuiti del 9,9 per cento, con il risultato di aver “coinvolto” qualcosa come 130mila studenti in meno negli ultimi cinque anni, e 10mila ricercatori in meno negli ultimi sette, anche perché il numero degli aventi diritto a una borsa di studio è superiore alle risorse disponibili. E allora come mai, ancora citando i dati riportati dalla CRUI, l’Italia è ottava per pubblicazioni, sesta per citazioni, prima per lavori prodotti rispetto al numero dei ricercatori? Per “abnegazione”. Sì, avete capito bene. A costo di studiare, di andare avanti, di lottare, e lo sappiamo bene, gli studenti italiani sono anche disposti a “fare la fame”. Che messaggio bisogna far arrivare, allora, a chi di dovere, per far capire che questo benedetto foglio di carta a qualcuno interessa eccome, e che si deve finire di tagliare laddove poi – in mancanza di riconoscimenti adeguati a livello monetario – si vanno ad aggiungere quei miseri 80 euro al mese e che forse, per certi versi, sarebbe utile far fruttare prima anziché a giochi fatti? Qualcuno risponderà? (MB)

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