Categorie: Il fatto

Se la cultura si rompe

di - 28 Novembre 2015
Spesso in questi giorni, dopo il venerdì 13 di Parigi, spesso ci siamo detti che forse, per combattere il terrorismo e la paura, c’è bisogno di più arte. Certo, si tratta sempre di gocce nel mare, ma da sempre la pratica della cultura ha cercato un dialogo con il diverso, ha analizzato conflitti, e soprattutto ha cercato di non alzare mai barriere.
Quello che sta succedendo in queste ore invece, tra Russia e Turchia, non è di buon auspicio: i rapporti istituzionali già tesissimi tra i Paesi (di cui non stiamo a raccontare, visto che le cronache sono zeppe in queste ore), potrebbero scurirsi ancora di più.
Perché? Perché i funzionari russi hanno dichiarato che anche ogni “ponte culturale” con lo stato di Erdogan è stato chiuso.
La cultura è, insomma, preda della geopolitica, e il Ministro della Cultura sovietico Vladimir Medinsky ha dichiarato alle agenzie di stampa che i piani culturali e turistici bilaterali che avrebbero trovato sviluppo tra le due nazioni nel 2017 e 2018 sono saltati.
D’altronde Putin, dopo l’abbattimento dell’aereo ha parlato di “pugnalata alla schiena”, e il presidente Recep Tayyip Erdogan ha controbattuto alla CNN che la Turchia non si sarebbe scusata per l’azione. A buttare benzina sul fuoco anche il Ministero della difesa russo Shvydkoy, che ha dichiarato che dopo un attacco del genere non ha senso parlare di nessun piano di collaborazione. Certo, stiamo ovviamente parlando di rapporti istituzionali, che inevitabilmente forse avranno il percorso della chiusura (temporanea) del dialogo. E cosa potranno fare gli artisti “dal basso”? Forse incontrarsi, parlare, scambiarsi idee. Come sempre hanno fatto e come sempre faranno, in barba alle decisioni dall’alto dei governi. Per fortuna. (MB)

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