Categorie: Il fatto

Un barcone in piazza? | Grazie, no

di - 16 Dicembre 2016
Ci piace l’idea di portare il peschereccio che affondò nell’aprile 2015 facendo la più grande strage di migranti nel canale di Sicilia, al largo delle coste libiche, in piazza del Duomo a Milano? No.
Eppure l’idea è del regista pluripremiato agli Oscar Alejandro González Iñárritu, che ha collaborato anche con Fondazione Prada, direte voi. Pazienza, ci sono diversi buoni motivi per cui questo relitto può stare dove è e non solcare tutta l’Italia (da Augusta, Sicilia, dove è “parcheggiato”) fino a Milano (ammesso che poi sia strutturalmente fattibile scaricare una ferraglia del genere in una delle piazze dal sottosuolo più trivellato d’Italia).
C’è il fatto che si farebbe per la visita papale, il prossimo marzo. Ma il Papa potrebbe dire messa e ricordare i migranti morti anche senza bisogno di averne la prova davanti agli occhi.
Ci sarebbero spese enormi che potrebbero essere investite in un serio aiuto dei migranti (ma poi, in effetti, il “popolo” cosa vede?). Ci sarebbe poi una questione puramente speculativa: che senso ha mettere un monumento del genere senza alcuna mediazione linguistica (leggi dell’arte) alla mercé di chiunque passi di lì? Per “solleticare” nelle coscienze il fatto che esiste una tragedia? La fine che potrebbe fare questa roba, perché è di questo che si tratta, senza troppi condizionali? Quello che fece la Costa Concordia inclinata al Giglio: frotte di curiosi a fare le foto alla scena della morte, e a Milano senza nemmeno scomodarsi troppo. Usciti dalla Rinascente dai, via, andiamoci a fare un selfie con la barca.
No, grazie davvero. A Bologna un relitto di una storia di cronaca italiana (e ci spiace ma non minore rispetto a questo tema, visto che consta di insabbiamenti vari ed eventuali lunghi 35 anni da parte dello Stato, anche) si trova in un hub in via di Saliceto: lì sono conservati i reperti dell’aereo Itavia che affondò al largo di Ustica nel 1980 in circostanze misteriose. Lì si può andare a pregare, a commuoversi, a ricordare. Lì Christian Boltanski ha realizzato un’installazione che spacca il cuore. Ci vuole rispetto, anche per la barca. E la barca, a meno che la memoria non ci inganni, non è di certo un simbolo di Milano, oltretutto.
La città che si taccia di essere “accogliente” nei confronti di tutti, lo ribadiamo ancora una volta, farebbe bene a preoccuparsi dei migranti che stazionano da una parte all’altra delle periferie, sorvegliati da camionette di militari e vigili della polizia locale, in fila per un pasto caldo, avvolti in coperte termiche, stendendo il bucato fatto chissà dove alle staccionate dei parchetti e in attesa di essere convogliati da qualche altra parte. L’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino lo ricorda: sono 117mila quelli arrivati in città dal 2013. Loro però, ne siamo quasi certi, non la vedranno questa barca, e forse nemmeno l’ipotetico “Museo alla Memoria dei Migranti”, perché loro restano invisibili.
“In una città che si sforza di accogliere i migranti, un simile memoriale sarebbe un monito per tutti gli altri a vivere lo stesso impegno, e la nostra città a continuare”, riporta la Curia milanese a Repubblica. Ci pare però che il tempo degli sprechi, anche “emozionali”, sia giunto al capolinea. Sarebbe tempo di lavorare andando un poco oltre i cimeli. E ci piacerebbe anche che la “grande” Milano uscisse un poco da queste strategie di spettacolarizzazione. (MB)

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