Categorie: Il fatto

Un mare di lacrime

di - 20 Aprile 2015
Bisognerà fare i conti, stavolta sul serio. Perché i 700 (anche se potrebbero salire a 900) morti del Canale di Sicilia non siano solo l’episodio più eclatante tra innumerevoli affondi che a turno mietono qualche vittima. Nel Belpaese sono già iniziati i j’accuse, con Salvini che ha imputato l’ecatombe al governo di Renzi e Alfano, ma le parole della politica stavolta nulla possono contro l’orrore di un tratto di mare che si è trasformato in una sorta di mitologico Stige, dove il “Caronte contemporaneo” ha rispettato in pieno la leggenda greca: nessuna anima viva viene trasportata dall’altra parte del fiume.
Ma le anime che accettano di affidarsi alla traversata della fortuna sono, in partenza, perse. Guardano il futuro all’orizzonte, sobbarcandosi il pericolo e l’incertezza di arrivare con la pelle intatta in cambio di qualcosa che – in Italia – spesso si trasforma in un periodo indeterminato in qualche centro di prima accoglienza. Come ai morti dell’Antica Grecia veniva messa, da tradizione, una moneta sotto la lingua come obolo per arrivare “aldilà”, i morti di oggi si vendono tutto pur di compiere il viaggio della speranza. Lo sappiamo, e nell’indifferenza gli sbarchi continuano.
I più poveri finiscono nella stiva, non vedono nulla per giorni. Sono come deportati. Eppure la speranza di una nuova vita vince il terrore delle carrette del mare, talmente stipate da ribaltarsi al minimo gesto, alla minima onda.
Oggi, di fronte a questo definitivo disastro è difficile trovare parole, e forse bisognerebbe lavorare per far sì che invece, nel prossimo futuro, si possano ripescare dal mare termini come “dignità”, “diritti”, “vita”. Ma ciò significa che è necessario riscrivere geografie, politiche, in una parola “cultura”. Quella per l’uomo, e per l’illuministica (non andando troppo indietro nei secoli) ricerca della felicità e di un riscatto. Che purtroppo anche stavolta ha tradito qualsiasi aspettativa. (MB)

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