Categorie: lavagna

Cartoline dall’America/Pérez Art Museum Miami

di - 8 Settembre 2014
Miami in estate è un inferno in terra. A meno che non stiate in una piscina refrigerata o in qualche suite condizionata, scendendo in strada capirete perché qui i turisti hanno la faccia emaciata e i “local” quando non camminano lenti sono esagitati: il caldo, perenne, è il loro compagno.
Eppure Miami oltre ad ospitare la più riccionesca vita da spiaggia degli Stati Uniti ha anche, come ben sappiamo, una delle fiere più importanti del Nord America e una manciata di musei e collezioni di rispetto assoluto. Oltrepassato il lungo tratto di strada che attraversa la Byscaine Bay, venendo da South Beach, il Pérez Art Museum è una delle poche costruzioni “riconoscibili” nella selva di grattacieli che compongono lo skyline della zona di Downtown. Già dall’esterno l’edificio di Herzog & De Meuron, inaugurato lo scorso dicembre, si presenta come un piccolo “santuario” isolato dalla musica a folle volume e dalle attitudini della spiaggia. Qui vi potrete sedere sulle gradinate affacciate sulla baia (anche se di panorami ce ne sono davvero di migliori) e magari prendervi qualche goccia in testa dell’acqua che irriga la vegetazione sospesa su una serie di cilindri che abbondano e addobbano un “patio” perimetrale dalla copertura altissima. Il Pérez Art Museum, insomma, almeno nella sua struttura architettonica, appare come una piccola oasi, un luogo dove davvero è piacevole sostare senza per forza dover passare tra le sale.

Eppure, anche all’interno, il museo non tradisce le aspettative, con una struttura dove lo spazio non è mai invadente, dove le gallerie lasciano respiro alle opere senza inghiottirsele, dove non si arranca alla ricerca dell’uscita. Calibrato insomma come forse un museo ideale, per sua conformazione, dovrebbe essere; sia per lasciare spazio allo sguardo, sia al pensiero. Anche perché, come si ribadisce allo sfinimento e sempre troppo ingenuamente, è il contenuto che dovrebbe fare la sua parte, non tanto il contenitore. E invece al Pérez ci si accorge che il contenitore, leggero e invisibile, determina insindacabilmente il percorso, come in qualsiasi altro caso.
Nel riallestimento del PAMM, che prende il suo nome dall’imprenditore e collezionista Jorge M. Pérez, nato nel 1949 e inserito da Forbes nell’elenco delle persone più potenti d’America, sono in scena una serie di opere della raccolta permanente, divise per tematiche che raccontano di vari contesti a stelle e strisce ma spesso e volentieri affidate allo sguardo di artisti non americani: politica, società, sviluppo, tradizioni e problematiche legate ai territori esteri filo-statunitensi. E anche miti, immancabili.

Potrete trovare per esempio un tardo Liechtenstein, se volete restare sul Pop, dove la citazione del fumetto ha lasciato spazio a quella della storia dell’arte, con le ninfee di Monet stilizzate su una superficie di acciaio riflettente, oppure scoprire piccole storie – quasi invisibili – firmate da Paul Chan, nato a Hong Kong e di casa a New York che nel 2007, a due anni da Kathrina, arrivò a New Orleans con la volontà di raccontare come la popolazione stava vivendo i postumi dell’uragano, scoprendo che la “Grande America” aveva lasciato soli gli abitanti della città, in particolar modo gli afro-americani.
Attualissimo e di forte impatto il lavoro di Sigalit Landau, nata a Gerusalemme nel ’69 e di casa a Tel Aviv. Le sue tre Barbed Salt Lamp assomigliano davvero all’ossatura di lampadari di fattura kitsch. Sono sospesi a mezz’aria e rivestiti da una concrezione bianca: è sale del Mar Morto cristallizzato, sedimentatosi su quello che in realtà è filo spinato dopo aver subìto diversi bagni in questo specchio d’acqua (anche a rischio ambientale) situato in Giordania e confinante con Israele e Palestina. Esempio pettinato, ma decisamente efficace, di come la natura – forse anche umana – possa con la forza di volontà e la non belligeranza, smussare anche gli angoli più taglienti della storia quotidiana. Thomas Hirshhorn, che a sua volta americano non è, è invece presente invece con una collana d’oro che richiama un poco Oldemburg, intitolata Necklace CNN, del 2002. Appesa alla parete riflette sia sull’attitudine dei “coloured” di indossare vistosi monili d’oro, antico simbolo del capitalismo malavitoso del XX secolo, associato al logo dell’emittente televisiva forse più famosa al mondo, che insieme ad altri mille canali oggi fomenta la moda dell’hip hop che a Miami potete scorgere in qualsiasi club o discoteca, anche di infima categoria.

Se invece anziché esplorare sempre il “solito” contemporaneo internazionale, sempre al PAMM, potrete farvi un giro in quel bailamme di mostra che è “Caribbean: Crossroads of the World”, che mette in scena due secoli di storia dei Caraibi attraverso dipinti, sculture, stampe, fotografie, installazioni, film e video che partono dalla Rivoluzione haitiana fino ad oggi. Qui la parola d’ordine è multidisciplinarietà: gli oggetti sono oltre 150 e l’elenco degli artisti comprende sia i residenti che coloro che vivono all’estero ma che hanno, in qualche modo, riportato nella loro carriera la vasta tradizione della zona. Facciamo senza dirvi che, ovviamente, i nomi che fanno fermare difficilmente saranno i naif nativi, ma qualcuno che risponde all’appello di Camille Pissarro, Wifredo Lam, Allora e Calzadilla, Janine Antoni o Renée Cox.
E anche in questo caso il remix è servito: stili, epoche, influenze, basso e alto. Un po’ come in pista, dove le canzoni si innestano le une sulle altre formando una colonna sonora impossibile da “partecipare”, mentre se passerete un po’ di tempo tra queste mura avrete la possibilità di beccare qualche nota.

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