Categorie: lavagna

Focus su/Il Museo

di - 2 Settembre 2014
Per conoscere un poco più a fondo una città, probabilmente è necessario visitare il suo museo più rappresentativo. Se siete fortunati troverete qualcosa che vi racconterà bene di essa, specialmente se girovagando all’esterno non ci state capendo molto.
Nola, acronimo usato dai “local” per chiamare New Orleans of Louisiana, è un incrocio difficile e affascinante d’America, dove si mischia la più profonda tradizione del divertimento a tutti i costi, sguaiato, tabagista e alcolico, con un’oscurità decisamente più profonda, non solo come le tenebre dei bar dove ci si può rifugiare nelle ore più calde, per una siesta in odore di centro America.
L’Ogden Museum of Southern Art, dell’università cittadina, è una chicca di quattro piani che da dieci anni è di casa a Magazine street, strada di vecchie warehouse alcune ancora dismesse dopo l’uragano Kathrina, nello stesso isolato dove per intenderci si trovano anche il trascurabile Center for Contemporary Art e il Louisiana National Memorial dedicato alla seconda guerra mondiale, che però più che un museo è un parco giochi. Un’offerta, comunque, che non è poco per una città che appare deserta se si esclude il celebre French Quartier dove si suona e canta dal tramonto all’alba e dal mattino alla sera, servendo birre annacquate e junk food a caro prezzo in piatti di plastica.

Entrando all’Ogden c’è però da mettere da parte le riserve, perché il rischio é che il nostro sguardo assuefatto dall’arte ufficializzata, dal mainstream di fiere, gallerie e musei decisamente istituzionali, possa far bollare queste dozzine di opere, talvolta “artworks”, installate fitte fitte, a volte quasi a toccarsi l’una con l’altra, come puro “naif” del sud.
Gli Stati Uniti per Baudrillard sono un ologramma, la proiezione di loro stessi anche nelle metafore dell’arte, dalla pittura alle esperienze più contemporanee di Public Art. Anche nel caso dell’Odgen c’è sempre l’ “american way” di una visione che tiene conto del Paese, del paesaggio e delle persone. Una grande comunità solitaria, come si vede nelle tele e negli acquerelli, tecnica decisamente gettonata anche da altri protagonisti di queste pareti, che raffigura un’America quasi priva di volti, ma zeppa di elementi naturali, animali, stagioni, grattacieli.
La mostra di punta è di un Hopper moderno, un realista del paesaggio contemporaneo: Rolland Golden. An Alternate Vision mostra oltre settanta dipinti che portano con sé tutti i temi sopraindicati, e che sono il ritratto fedele degli Stati Uniti del Sud, dove persiste l’influenza del grande sogno americano delle metropoli del nord-est del Paese con la canicola dei cieli del Messico.

C’è poi il fotografo della Georgia Paul Kwilecki, che non ha mai lasciato il Paese, e più precisamente ha raccontato la comunità di Decatur County a partire dagli anni ’60 del Novecento, fino al 2000. I volti al supermercato, in posa davanti alle Tobacco o alle Tomato House, i bianchi fuori dal supermercato della contea negli anni ’70 o gli operai al lavoro, ricordano quelli del film Il colore viola, o gli scatti ai neri di Harlem o del Kansas di Gordon Parks, che al contrario di Kwilecki le soglie dell’Atlantico le ha varcate eccome. Ma in questo caso non stiamo a sindacare sulle volontà o le fortune della carriera: siamo nel Sud per scoprire qualcosa in più di questi chilometri quadrati che hanno sentito dell’influenza dell’Impressionismo, di grandi vecchi che hanno guardato a Kandinsky (come nel caso di Will Henry Stevens) a Puntinisti, Impressionisti, Paesaggisti, Vedutisti.
Into the light è invece un’altra bella raccolta (a puntate) di immagini fotografiche, della collezione permanente del museo, donate da una quantità decisamente importante di collezionisti, ennesimo segno che anche da queste parti ognuno ha grande interesse nel raccontare la propria realtà, e che portano le firme di Shelby Lee Adams, William Christenberry, George Dureau, William Eggleston, Birney Imes, Roland L. Freeman, Marion Post Wolcott e tanti altri.

C’è poi in scena la commissione al giovane Shawn Hall, un ambiente immersivo dove con una serie di specchi disposti a terra a formare un paesaggio a metà tra il bucolico e il lunare, si riflettono sulle pareti frammenti di acqua e natura, con la sensazione di essere dentro una wunderkammer decisamente sui generis e decisamente kitsch.
In ultimo, e forse il più interessante “sudista”, Benny Andrews. Nato nel 1930 e influenzato dal movimento per i diritti civili, turbato dalle ingiustizie razziali, sociali e di genere, dopo il Diploma all’Art Istitute di Chicago diventò attivista, co-fondando l’associazione Black Emergency Cultural Coalition (BECC) nel 1969, e organizzando marce contro l’esclusione degli artisti di colore e delle donne dai musei davanti alle principali istituzioni culturali americane come il Metropolitan e il Whitney. Anche in questo caso siamo nel realismo, con tele dove la pittura è mischiata a frammenti di vero tessuto, a maschere un poco tragiche della quotidianità, divise tra cene di famiglie silenti, ritratti di pugili, contadini, jazzisti, funerali e molti selfportait, nell’atto di tagliare quegli stessi tessuti colorati utilizzati in un corpus di lavori che non appare mai banale, nonostante la ricorrenza dei soliti temi. Che poi, forse, “soliti” non sono mai, ma tutt’al più eterni, specialmente da queste parti, dove la solitudine, la negritudine e l’abbandono (e lo si era visto anche con Kathrina), non se ne sono mai andati.
Nonostante una struttura decisamente moderna, globalizzata a livello di spazi ai grandi musei internazionali, e dove spesso la sera – nella hall – non si tengono tanto presentazioni o talk, ma concerti di musicisti, band, e cantanti e locali. D’altronde, siamo sempre nella patria del jazz più profondo e antico d’America.

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