Categorie: lavagna

La lavagna

di - 12 Luglio 2016
Il Macro ma anche gli altri musei comunali d’arte moderna e contemporanea non trovano pace. E non la troveranno finché saranno sottoposti ai capricci della politica e alle logiche asettiche della burocrazia legate ai cambiamenti di Sindaco. Se ne ha l’ennesima conferma in questi giorni, con la scadenza ed il mancato rinnovo del contratto di Federica Pirani, dirigente dei Musei d’arte moderna e contemporanea di Roma Capitale a seguito del concorso per titoli e colloquio indetto dall’ex Sindaco Marino e da lei vinto a fine 2014 su titolate concorrenti. Così sotto la sua responsabilità erano finiti il Macro, la Galleria Comunale di via Crispi, il Museo di Roma in Palazzo Braschi e quello in Trastevere, ecc. Ma va ricordato che a monte la Pirani ha una consolidata esperienza come funzionario della Sovrintendenza capitolina e responsabile dell’Ufficio Mostre, oltre ad un nutrito curriculum scientifico. Fra l’altro, proprio perché interna alla Sovrintendenza, il suo ruolo dirigenziale costava al Comune quasi la metà di quello che sarebbe costato un dirigente esterno. Ed il bello è che ora all’interno di Roma Capitale non ci sono altre figure di dirigenti dei beni culturali con competenze tecniche adatte ad un simile ruolo.

Ma la storia è sempre la stessa: è possibile che un museo importante per la nostra città come il Macro abbia sempre un direttore quanto mai “precario” che in questo caso è durato appena un anno e mezzo? Come si fa ad intraprendere un reale rinnovamento strutturale ed un programma espositivo di ampio respiro se si lavora sotto la spada di Damocle dei cambiamenti politici con relative rese dei conti? Sono i fatti a dirci che Pirani in un anno e mezzo ha messo in piedi risultati ben degni di nota e progetti in fieri che ora entreranno in crisi e si bloccheranno. Per restare al Macro finalmente sono state valorizzate a rotazione le opere della collezione permanente con mostre a tema, è stato dato spazio ad artisti giovani ed emergenti, sono state proposte mostre di ampio respiro (Mario e Marisa Merz, Gillo Dorfles, da oggi “Roma Pop City 60-67”, solo per dirne alcune), è stata messa in atto un’importante sinergia istituzionale con l’Accademia di Belle Arti di Roma e con la Facoltà di Architettura dell’Università di Roma Tre. E poi nel 2015 il Macro, nelle due sedi di via Nizza e Testaccio, ha registrato un incremento dei visitatori paganti di oltre il 25%. Così come si registra un aumento di donazioni e comodati a lungo termine che sarebbero stati protagonisti di una mostra ad hoc, ma che ora subiranno un inevitabile stop. La Fondazione Toti Scialoja, ad esempio, stava per dare in comodato al Macro opere fondamentali dello stesso Scialoja ma anche di Burri, de Kooning, Calder, Twombly, solo per fare alcuni nomi ed ora tutto si fermerà. Perché donare o dare in comodato opere di valore se non c’è più un interlocutore con cui dialogare e da cui ricevere assicurazioni?
A Palazzo Braschi sono tornati a splendere l’androne e lo scalone d’onore grazie alla nuova illuminazione ed in autunno è prevista la mostra di riapertura del nuovo allestimento museale del secondo e terzo piano chiusi al pubblico da tempo immemorabile. Ma ora chi la seguirà? La Galleria comunale di Via Crispi offre un panorama sempre più esauriente dell’arte italiana della prima metà del novecento, come si vede attualmente nella mostra sugli anni Trenta a Roma e la Quadriennale. E adesso chi se ne occuperà? E tutti i musei d’arte moderna e contemporanea stanno portando avanti l’iniziativa quanto mai ammirevole dei “Musei da toccare” con percorsi tattili per i non vedenti che stanno avendo un notevole successo, per non parlare dei programmi ad hoc sull’alternanza scuola/lavoro. Dietro tutto questo c’è un lavoro enorme, animato da un forte senso istituzionale che proprio il nuovo Sindaco (la parola Sindaca non ci piace proprio) Virginia Raggi e il nuovo Assessore alla Cultura Luca Bergamo dovrebbero apprezzare. Un lavoro che merita di essere ripreso e di continuare su questa stessa via. E in generale è necessario liberare i ruoli di responsabilità culturale dalle catene degli avvicendamenti politici, dalle logiche spartitorie, dalle rese dei conti fini a se stesse e tutte interne ad una burocrazia sempre più cieca ed autoreferenziale.    
Gabriele Simongini        

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