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La lavagna

di - 24 Giugno 2013
Prendete un po’ di riviste d’arte italiane e controllate: buona parte delle immagini che corredano articoli riferiti al lavoro di artisti recano (quando c’è) una didascalia incompleta. Tipicamente, la didascalia è formata da titolo, anno e courtesy – mancano materiali e dimensioni dell’opera riprodotta.  Si dà il caso che sapere cosa sto guardando, specie quando ne sto anche leggendo, sia piuttosto importante: si tratta di una foto, di una foto di una performance, di uno still da video di una performance? È un disegno a inchiostro o una stampa a plotter di una composizione realizzata a Photoshop? Sembra un dipinto: sarà un quadretto di 20×30 cm o una tela di 2×3 m?. Marmo scolpito o calco in resina epossidica? Collage o curatela creativa? Mi fermo qui perché credo che il concetto sia chiaro.

Rimane la domanda: perché non mi vengono fornite le informazioni (standard, tra l’altro) senza cui quasi sempre non posso decodificare l’immagine? Ricordo che stiamo parlando di opere d’arte, cioè della messa in forma, complessa e delicata, di materiali diversi. Per qualsiasi artista serio ogni scelta, fosse anche il colore dei capelli prelevati da un cadavere, risulta decisiva per il lavoro che sta realizzando; scelta non meno significativa per chi di quell’opera cerca di farne esperienza. Mi stupisco regolarmente che gli artisti, primi fra tutti, non protestino, non esigano che si tratti il loro lavoro col dovuto rispetto. Ma forse esagero e, come mi dicono alcuni col sorriso di chi la sa lunga, le riviste d’arte vanno prese sempre più come coffe-table books, da sfogliare con distaccata nonchalance, leggiucchiando qua e là distrattamente – tanto contano i nomi e non le cose.
A giudicare dalle scelte delle riviste italiane considerate molto cool, mi sono persino immaginato che mettere materiali e dimensioni nelle didascalie sia decisamente poco cool, anche se me ne sfugge il motivo (Artforum – giusto per fare un contro esempio internazionale non secondario – mette sempre la dida completa). Senza indicazioni riguardo a dimensioni e materiali l’opera si smaterializza. Spesso non riesco nemmeno a figurarmela come opera che abbia una sua vita autonoma, come cosa (o evento o pensiero) dentro uno spazio che non sia quello costituito dal rettangolo sulla pagina e che abbia una materia diversa dal retino tipografico; l’immagine diventa in un certo modo autoreferenziale, rimandando innanzitutto al suo essere appendice della rivista – si riduce (quando va bene) a mera illustrazione di un discorso. Questa mancanza diventa particolarmente flagrante  in contesti in cui la chiarezza intellettuale dovrebbe rappresentare l’unica garanzia di qualità, contesti in cui paradossalmente proprio il discorso attorno allo statuto delle immagini, nelle sue inesauribili varianti, s’insinua da tempo in quasi ogni articolo in cui l’autore tenga a presentarsi come intelligente e updated.  Materiali e dimensioni mancano, ma la courtesy, come le pubblicità, non manca mai. Chi volesse dare l’ennesimo contributo a proposito del rapporto tra immaginario e ideologia potrebbe, per cambiare, partire dalla didascalia.

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  • Sono d"accordo cn il signor Luca Bertolo, quando si sfogliano queste riviste si fa fatica ad individuare quale sia una vera opera realizzata completamente a mano...o cn programmi software o stampe e colore applicato sopra ecc...e secondo me è anche una grande offesa x un vero artista che cn passione e senza orologio al polso..crea cn fantasia e manualita"la sua opera...questo è il mio pensiero che quando dipingo voglio che i colori parlino di me......Cifola Gabriela.

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