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La lavagna | Franceschini si è fermato a Firenze

di - 2 Settembre 2014
E siamo ancora qui, a scrivere di questa benedetta riforma dei Beni Culturali portata avanti dal Ministro Franceschini che non passa. Non passa non solo al Senato, dopo essere stata pienamente approvata alla Camera senza nemmeno un voto contrario, ma non passa nella mente del nostro primo Ministro, alla faccia del suo mantra che, in questi mesi di governo, è stato un “Fare riforme ad ogni costo”.
Questa invece no. Perché? La versione più accreditata, già dal Corriere della Sera negli scorsi giorni, evidenzia due motivi. Il primo: Franceschini avrebbe redatto la riforma in totale autonomia di fondo, e in effetti il documento di 44 pagine e 36 articoli, era stato iniziato negli uffici di via del Collegio Romano subito l’insediamento del Ministro, dopo la fine del governo di Enrico Letta. Renzi non sarebbe stato informato dei punti principali, arrivando così alla “censura” della riforma. Vanno bene i tagli e gli accorpamenti alle Soprintendenze, ma lo scontro è sui poteri, rimasti invariati, proprio delle Soprintendenze ai Beni architettonici, che il Premier aveva definito «Un potere monocratico che non risponde a nessuno, ma passa sopra a chi è eletto dai cittadini».

Questi in sostanza i retroscena di un’azione che però l’ormai l’ex Rottamatore non ha rivendicato. E di cui nemmeno Franceschini, orgoglioso per il passaggio alla Camera del testo nemmeno più di dieci giorni fa, ha proferito parola.
Slittare a settembre non sarebbe un grave problema, dopo tutti gli anni di immobilismo in cui si è affondati nel pantano. Il problema è slittare e basta, con la revisione di questa riforma (definita dal direttore del Musei Vaticani Antonio Paolucci «Una macelleria che confonde cultura ed economia») che porterebbe a un annullamento dei suoi punti fondamentali. Rendendola insomma inefficace rispetto a quanto programmato.
Ora, che piaccia o non piaccia, questa riforma dei buoni punti ne ha e noi li abbiamo individuati: uno di questi è proprio nel contenimento del potere delle Soprintendenze, da sempre vicine alla tutela ma non alla valorizzazione del patrimonio, con la conseguenza che spesso ci si trova con tutta la “Grande Bellezza” del mondo senza nessun occhio interessato a guardarla. Poi c’è l’autonomia dei musei, e anche di questo vi abbiamo raccontato, perché da Torino a Mantova, e sicuramente in futuro qualcun altro chiederà la grazia, se la riforma passerà, ci sono diversi poli e istituzioni che hanno richiesto la tanta sospirata “indipendenza”.
Eppure sembra davvero che qui, Franceschini, abbia toccato troppi nervi scoperti. Proprio partendo dalla sua città, Firenze, dove il Premier ha incontrato negli scorsi giorni Cristina Acidini, soprintendente al Polo museale, e molto vicina a lui; Antonio Natali, direttore degli Uffizi e Alessandra Marino, soprintendente ai Beni architettonici di Firenze, Prato e Pistoia.
Con l’introduzione, nella normativa, della figura di un direttore-manager per i primi venti grandi musei (dagli Uffizi a Brera, da Caserta alle Gallerie dell’Accademia di Venezia), scelto con concorso e non a chiamata diretta, si sfilerebbe proprio alla Acidini un circuito che conta 26 istituzioni, per un fatturato di oltre 20 milioni l’anno. Eliminando, insomma, una figura decisamente chiave per la cultura in città.
Stando alle idee di Natali invece, ripreso da Repubblica, «La riforma del MiBACT si farà». Anche se, passato l’Artbonus, la realtà è che, quando si toccano gli intoccabili, il portatore delle grandi novità Matteo Renzi, con la sua politica aziendal-berlusconiana, si ferma.
Va bene che ai musei tutti i visitatori sopra i 25 anni paghino, bella l’idea della prima domenica del mese gratuita in tutti gli spazi targati MiBACT, ottimo non far pagare gli under 18 e azzeccati i due appuntamenti annuali della “Notte dei musei”, con ingresso a un euro da tutte la parti. E ci volevano anche le misure dell’autonomia finanziaria, quelle che per intenderci ridistribuiscono il trasferimento dei fondi raccolti dei musei con le biglietterie agli stessi musei, in quantità corrispondente ai biglietti effettivamente venduti, e non finiscono più nelle casse del Ministero del Tesoro. «Questo decreto rivoluzionerà il rapporto tra pubblico e privato nella cultura», aveva detto Franceschini.
A latere poi erano insorti, con polemiche sul tema anche molto recenti, i sindacati: l’ingresso dei privati nei servizi museali, secondo le associazioni di tutela dei lavoratori, depaupererebbero lo Stato dei suoi beni. E così si va avanti nelle sabbie mobili.
Sull’idea di portare venti progettisti a Pompei, sui tre milioni di euro da destinare ai Comuni che faranno attività culturali nelle periferie e al piano per ripristinare il centro storico de L’Aquila in modo unitario e non frammentato nessuno ha battuto ciglio.
E allora, perché a Firenze ci si ferma?

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