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La lavagna | | Un curatore smarrito affacciato alla Terrazza

di - 18 Novembre 2014
Nei giorni scorsi sfogliavo e leggevo con una certa curiosità il libro appena pubblicato da Marsilio per la Quadriennale di Roma, Terrazza – artisti storie luoghi in Italia negli anni zero. Avendo scritto a suo tempo, nel giugno del 2012, con Cecilia Casorati e Claudio Libero Pisano, una lettera aperta che chiedeva spiegazioni al Presidente Jas Gawronski delle ragioni della mancata edizione della mostra della Quadriennale, chiedendo provocatoriamente di lasciarla fare a noi con le “poche” risorse disponibili, potete immaginare come fossi particolarmente interessato al volume che di fatto la sostituisce. Forse, mi sono detto, troverò qui le risposte che la lettera a suo tempo, e non proprio correttamente, non ricevette.
“Terrazza” si presenta come un bel tomo di cinquecento pagine, dall’allegra copertina gialla e dall’approccio molto duepuntozero, che invece dei soliti, noiosi e spesso incomprensibili testi critici, o anche solo divulgativi, è introdotto da una conversazione tra gli autori – Laura Barreca, Andrea Lissoni, Luca Lo Pinto e Costanza Paissan -, che essenzialmente racconta delle scelte metodologiche adottate per l’organizzazione del materiale selezionato, che risulta rigorosamente suddiviso in due parti. La prima dal titolo Storie, luoghi, con centocinquantuno casi che hanno caratterizzato il decennio appena trascorso e che fanno da sfondo ai sessanta Artisti della seconda parte. Tanto i casi che gli artisti, sono accompagnati da apposita scheda e/o testo informativo. Non manca alla fine una sezione di Apparati, anch’essa naturalmente dimensionata all’essenzialità del citato spirito duepuntozero.

Sull’assenza di tentativi di analisi, e più in generale di ragionamenti utili a capire cosa sia accaduto e cosa stia accadendo nell’arte italiana e nel tempo che viviamo, come sulla tristemente provinciale assenza di linguaggi come la pittura, già è stato detto a sufficienza da illustri commentatori e quindi non mi dilungherò oltre.
Del resto, e però, mi sono detto, perché attendersi nell’occasione qualcosa di diverso da quello che accade di solito nella pratica curatoriale nazionale, che appunto formula display espositivi dipendenti da quelli internazionali e raramente con pensamenti problematici che vanno oltre la coerenza linguistica tra quanto esposto e una banale, quanto spesso misteriosa, capacità di mimesi, in senso rigorosamente aristotelico, con la realtà. Da questo punto di vista bisogna riconoscere che il libro è perfettamente riuscito, e come la maggior parte delle mostre che vediamo o evitiamo, è del tutto inutile.
Certo qualcuno, i soliti gufi invidiosi, lamenterà che essendo state spese risorse pubbliche, forse si poteva fare meglio. Anche questo è vero, ma come negare che si può sempre fare meglio?
Non mancando di sorprendervi, devo però dire che per me questo bel tomo non è del tutto inutile. Riflettete, infatti, su come riesca a restituire in modo inequivocabile lo smarrimento metodologico, di ruolo e di finalità del curatore oggi in Italia. Qualcosa che provoca una struggente malinconia, soprattutto se confrontato al lavoro che stanno facendo molti dei più interessanti artisti italiani, presenti e non nel libro, severamente impegnati nel ripristino del valore dei linguaggi utilizzati e nella conseguente formalizzazione dell’opera, nel lucido tentativo di mettere in questo modo un argine al caos e alle relative difficoltà del tempo che viviamo. Un processo che tra l’altro è visibilmente in atto anche in letteratura, nella scrittura scenica e in certa parte nel cinema.
La causa di questo disorientamento del curatore è di certo in buona parte rintracciabile in quella che è ormai una conclamata separazione con la dimensione critico/teorica, che non solo non presiede alla progettazione del display espositivo, ma che appunto, come dimostra il giallo volume, non prevede nemmeno più la pratica di una scrittura a posteriori dedicata all’interpretazione dell’opera e alla comprensione del contesto in cui si colloca.
Senza arrivare alla famosa e fulminante definizione di Achille Bonito Oliva sui curatori di oggi ridotti a filippini o maggiordomi dell’arte, si deve ammettere che c’è ormai una forte distanza tra la ricerca praticata dagli artisti e quella dei curatori, risultato di una mancata corrispondenza tanto con il processo di elaborazione che porta alla realizzazione dell’opera, quanto con la centralità che quest’ultima è tornata ad assumere. Per i curatori, invece, oggetto di continua osservazione e preoccupazione è il sistema in cui si colloca l’opera, evidentemente conseguenza di un’estremizzazione della teoria istituzionale dell’arte aggiornata, ancora una volta, all’ormai immancabile mood duepuntozero. Per dirla con una battuta: siamo passati dall’adorniana promessa di felicità, che rappresenta l’esperienza dell’opera per gli artisti, e alla quale siamo invitati a partecipare, alla promessa di facilità fatta dai curatori, che però non pare proprio agevolare partecipazione e comprensione dei potenziali fruitori.
In ogni caso, se proprio si vuole fare una critica al libro, che anche se non coglie lo stato dell’arte, di sicuro becca quello della cura, la concentrerei sulla scelta del titolo. Balconi nel passato e terrazze di recente non hanno infatti mai rappresentato nel nostro paese valori positivi, quindi suggerirei per la prossima occasione una bella passeggiata per strada. Probabilmente la vista non sarà così buona, ma di certo l’esperienza potrà essere molto più coinvolgente, tanto per gli autori che per tutti noi.
     

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