Categorie: lavagna

MARGINALIA #14 |

di - 14 Novembre 2016
Dormi mio amore… e le fiamme avvolsero le mura della città di Corinto in una grande nuvola rossa. Dormi mio amore… e Medea pugnalò il figlio e mise a fuoco la casa per vendetta nei confronti di Giasone che le aveva preferito un’altra donna. Dormi mio amore… che questa è una catastrofe.
La catastrofe è il capovolgimento di una situazione, è la sciagura che colpisce l’individuo e la sua comunità. Anticamente, nella tragedia greca indicava lo scioglimento dell’intreccio e segnava la fine del dramma. Nel dramma la strofa era un movimento del coro che “girava e rigirava” dentro l’orchestra circolare del teatro. Il teatro della catastrofe è la messa in scena di questo stravolgimento, che condensa in un solo atto l’intera narrazione. Annullato il tempo, la scena che si presenta davanti allo spettatore è caratterizzata da una unica tensione perpetua che atrofizza i muscoli e fa collassare lo spazio.
Vettor Pisani, artista controverso, anarchico, dionisiaco, beffardo, la cui Vergine ride dall’alto della sua immanente trascendenza statuaria, nel 1995 scoprì a Serre di Rapolano, in provincia di Siena, il luogo che diede origine al suo Museo della Catastrofe, il Virginia Art Theatrum. Seguace dei Rosacroce, amante dell’occulto e della simbologia, nelle sue opere risiede la corpulenza del mito espresso in tutta la sua cruda figuratività che nulla lascia all’immaginazione ma che dall’immaginazione è generato, in una costante messa in discussione del linguaggio (di origine wittgensteiniana) e di un onirico sentire sospeso tra ciò che è conscio e ciò che è impulso, erotico e incalzante, prorompente e conturbante.

“È catastrofe quando l’immagine artistica, pur essendo spoglia, severa, minimale accoglie comunque i segnali dolorosi della storia, i miraggi del desiderio, gli elementi nebbiosi della memoria, il cenno fulminante della rivelazione e i temi si sdoppiano in parallelismi mentali e inversioni di senso. […] È catastrofe quando la coscienza del trauma costringe artista e fruitore al disorientamento percettivo. La muraglia delle certezze è crollata […] È catastrofe quando in un’opera le quote di eros e thanatos sono eccedenti”. Così scrive Mimma Pisani nel romanzo figurativo – come lo chiamava Vettor – dedicato al Virgina Art Theatrum e pubblicato nel 1998 per le edizioni Charta.
Quando a metà degli anni Novanta, Pisani decise di dedicarsi a questo progetto – un’opera “viva” realizzata nella casa dalla singolare pianta triangolare, come la forma di una piramide, in bilico sull’abisso di una cava di travertino ormai abbandonata – ebbe il sostegno di amici collezionisti e amici galleristi ed in particolare di Giuliana Setari Carusi, oggi presidente della Dena Foundation, e di Cittadellarte – Fondazione Pistoletto. Riprendendo le parole di Mimma Pisani, Giuliana Setari parla di quegli anni come di un momento felice in cui l’arte coincise con la vita e del museo come di un omaggio alla natura oltraggiata che grazie all’artista viveva la sua rinascita per divenire opera totale, un teatro vivente dove performance e proiezioni furono diffuse persino sulle stupefacenti pareti delle cave attinenti.

Ad oggi in Marginalia si è parlato di pratiche contemporanee in stricto sensu, dunque perché fare un salto indietro di quasi vent’anni? Perché ritengo ci siano dei percorsi e dei progetti del passato (troppo frettolosamente obliati) che sono stati fondamentali per tracciare una linea di continuità dagli Novanta ad oggi, permettendoci di non guardare alle nostre funamboliche pratiche come poggiate su di un filo sospeso su una voragine, ma piuttosto di dare loro solido appiglio. Inoltre, è stato appena pubblicato il monumentale catalogo Eroica/Antieroica. Una retrospettiva, edito da Electa, a cura di Laura Cherubini, Andrea Viliani ed Eugenio Viola che è il frutto della retrospettiva dedicata dal Museo MADRE di Napoli a Pisani nel 2014 e che condensa in circa 600 pagine il percorso dell’artista tragicamente scomparso qualche anno fa.
Non è questo lo spazio per analizzare le opere di Pisani, per quanto enigmatiche e di una fascinazione sublime. Importa ora piuttosto soffermarsi su quell’atmosfera catastrofica ed insieme di rinascita che impregnava l’aere di un luogo al margine dell’umanità. Per alcuni periodi, ora brevi ora lunghi, Pisani da solo o con la moglie Mimma, ha abitato quella casa triangolare. Una casa situata su di una cava oltraggiata come un grembo strappato alla sua nobile natura e ripetutamente violato nella sua casta genesi. Le pareti ripide e taglienti, lacerate e aguzze e le cromie dell’abbandono non lo facevano, di certo, un luogo a prima vista ospitale. Eppure l’arte concepita come fonte primigenia – grazie in particolare alla simbologia tipicamente pisaniana – ne ha sprigionato l’inattesa energia, e la pietra ha iniziato a pulsare vita, nonostante delle volte quegli aneliti somigliassero più a sospiri di morte. Le suggestioni di Böcklin, Ernst, Duchamp si sono ritrovate in questo immacolato relitto di terra e il gioco dell’illusione ha restituito il senso intimo della catastrofe, tutta umana e troppo umana per essere redenta.

Vettor Pisani trascurò negli ultimi anni della sua vita questo progetto e oggi il Museo come luogo di accadimenti ed incontri non esiste più, ma gli echi di quella partita che Hermes giocava a scacchi con Hestia, si odono ancora come un respiro lieve sotto le macerie del nostro Secolo Breve.
Gatti e sfingi sono stati i custodi di quella casa e dei suoi misteri, ora che di quel luogo rimane solo il ricordo e le immagini è come se ci trovassimo appesi a uno scorrevole con una catena al collo per riflettere su quello che siamo e che vorremmo essere, in costante oscillazione tra la catastrofe e una quieta quiescenza che legittima nonostante tutto la nostra esistenza.
Serena Carbone

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