Categorie: lavagna

MARGINALIA #5

di - 30 Aprile 2016
Scopriamo subito le carte… ci siamo già occupati di Zapatos Rojos, la marcia delle scarpe rosse contro il femminicidio (io personalmente nel 2013 e Cristina Cobianchi un paio di mesi fa). Allora perché parlarne ancora e in questa rubrica? Perché sono una donna? No. Perché ho un interesse particolare per il femminile o il femminismo? Forse. Ma vi sono motivazioni più importanti: la violenza sempre più esibita e dilagante e l’uscita del libro di Francesca Guerisoli Ni Una más. Arte e attivismo contro il femminicidio (Postmedia Books editore). La storica dell’arte e ricercatrice, già curatrice del progetto di Arte Pubblica di Elina Chauvet, in questo volume amplia il raggio di azione e indaga opere e pratiche di collettivi o di artisti che operano a livello internazionale, come Teresa Morgolles, Lorena Wolffer, Ursula Biemann, Santiago Sierra, Regina José Galindo, Francis Alys, tanto da rafforzare la presenza di un’estetica del dissenso all’interno del panorama artistico degli ultimi decenni, ma non solo.
Che relazione c’è tra violenza e cultura? Molta. E l’autrice lo spiega egregiamente nel primo capitolo con tanto di riferimenti agli studi di genere, all’attivismo sociale e alle normative di Stato, per concludere che “nominare il problema significa renderlo visibile: portarlo dal contesto privato a quello politico”, nel momento in cui “la produzione culturale è ritenuta una componente fondamentale per contrastare il fenomeno”.
Al di là del va bene purché se ne parli, ci sono dei dovuti distinguo nelle modalità di esposizione. Quando un centro museale decide di mettere in mostra l’attivismo (pensiamo alla storicizzazione delle performance degli anni ’60/’70) spesso è come se ricorresse all’anestesia, estetizzando e sublimando il gesto, decontestualizzandolo e depotenziandolo del suo imminente accadere. Le pratiche passate in rassegna dall’autrice – pubbliche, collettive e per lo più a coeve – riportano invece in vita il trauma, nella sua deflagrante imminenza, nel suo movimento spaziale e temporale, irrompendo senza chiedere permesso in quella quotidianità trastullata in luoghi pubblici, vissuti con generale mestizia. Ed è così che la pratica diventa attivismo, passando dalla passività all’azione, dalla semplice commemorazione al coinvolgimento sociale.

Nella lettura che Lea Vergine faceva in L’altra metà dell’avanguardia emergeva con assoluta forza e coerenza l’aspetto autobiografico e psicologico della performance, quel portare fuori un’esigenza, un impeto, un rigurgito affermativo seppur acido, ardente e doloroso da un vissuto che una volta condiviso diventava identitario di un genere. Nelle pratiche esplorate da Francesca Guerisoli si rintraccia, piuttosto oltre quest’aspetto, una consapevolezza diversa, “un orizzonte simbolico” – figlio dei nostri tempi – “in cui riconoscere una lotta”. L’autobiografico si confonde nel biografico di una, cento, mille donne, infiltrandosi in uno spazio pubblico che contemporaneamente legifera ma non punisce, denuncia ma non tutela, espone ma non estirpa la radice del problema, perché il problema si iscrive in un orizzonte globalizzato e neoliberista.
Con chiarezza, concisione ma altrettanta puntualità, l’autrice partendo da quella terra di nessuno tra il Messico e gli Stati Uniti, che è Ciudad Juarez, spiega come l’idea che il femminicidio sia solo un affare privato e/o domestico sia pura illusione, il femminicidio è un affare di Stato, nel momento in cui diventa un’esibizione di un potere usato non direttamente contro la vittima, ma attraverso la vittima al fine di “intimorire l’intera comunità e di chiarire una posizione di vantaggio”.
Che l’arte sia anche uno strumento di lotta politica è cosa nota, come altrettanto lo è l’esistenza  della violenza dai tempi di occhio per occhio dente per dente fino ad arrivare alle cronache dei nostri giorni che non ci risparmiano dettagli di torture, di istinti suicida e omicida. Una cosa però non è ovvia rispetto al passato, ovvero gli strumenti di conoscenza e di consapevolezza di cui oggi siamo dotati. È un affare del tutto privato a chi dovremmo dare conto dell’indifferenza. Ma l’arte lancia le sue grida, a noi la responsabilità di ascolto.
Serena Carbone

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