Ma questo è evidentemente un luogo dedicato all’arte contemporanea, così mi pongo una domanda in questa mia prima uscita: È ancora possibile parlare di classi nell’arte contemporanea? Chi fa parte di cosa? Appartengo a una generazione cresciuta con la linguistica nelle tempie. Lo Strutturalismo si sentiva capace ed efficiente quando riusciva a nominare e a classificare tutto lo scibile, così vai a coniare definizioni, movimenti, settori. Era confortante trovare nei libri d’arte, come in una topografia, le solite dinastie: dopo il Cubismo c’era il Futurismo, poi Dada e Surrealismo. Le solite classificazioni, insomma. Ma i collage di Matisse sono Fauves o no? Picasso neoclassico è ancora rivoluzionario? Agli angoli c’erano le questioni non coperte dalla lavagna/cultura.
E oggi? È ancora possibile un parlare pubblico da parte dell’arte? Quando parliamo di arte per chi, per quanti parliamo? Oggi forse è utopia addirittura parlare del sacrificio che richiede la rappresentabilità. Evidentemente per entrare in un gruppo bisogna essere identificabili, dunque avere dei caratteri atti alla distinzione, e in ogni caso leggibili. Non so quanti oggi possano e vogliano essere identificati e affiliati. Sembriamo piuttosto schegge impazzite, per cui oggi invece auspico, agogno, la presenza di una lavagna, che riesca a farci sentire classe, anche dall’altra parte. Dalla lavagna, poi, i messaggi da rivolgere a tutti o a nessuno, convinti però, magari per un attimo, che saranno ascoltati e compresi, condivisi magari…
Paolo Aita
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