La Peinture de Manet. Chi non ricorda le mirabili pagine che Michel Foucault (1926-1984) dedicò a Las Meninas di Velázquez? Aprivano un volume arcinoto, Le parole e le cose. Oppure le considerazioni su e oltre Magritte, Klee e Kandinskij in Questa non è una pipa? Questo per dire che l’interesse per la pittura non è affatto estraneo al suo lavoro, un discorso che del resto vale per tutta la “costellazione” post-strutturalista, dalla Logica della sensazione di Deleuze a Discorso, figura di Lyotard. La conferenza in oggetto risale al 1971 e la storia della sua pubblicazione è un’autentica avventura editoriale, giunta a compimento l’anno scorso grazie alle cure di Maryvonne Saison. Foucault vi sposa una lettura mediale, che accomuna per certi versi il suo scritto alle considerazioni che Bataille e Fried dedicano proprio a Manet. Ma nel suo caso permane anche (e soprattutto) un approccio formalista, proprio quello più aspramente criticato da Greenberg, sebbene sia contaminato da un’attenzione rivolta al ruolo dello spettatore. Attraverso l’analisi di una “dozzina di tele” del Maestro francese, Foucault individua nella sua pittura il punto di rottura di una tradizione che si perpetuava sin dal Rinascimento. Rottura che consiste nel mettere a nudo le condizioni della rappresentazione, nell’esibire la materialità del dipinto e quindi della tela, la sua flatness, il suo essere una porzione limitata dello spazio. E quale maniera migliore di evidenziare questi
Forcener le subjectile. Quanto detto sul legame fra arti visive e post-strutturalismo vale ovviamente anche nel caso di Jacques Derrida (1930-2004), curatore di una mostra al Louvre (Mémoires d’aveugles), autore di qualche saggio dedicato a Valerio Adami e di testi capitali come La verità in pittura. Ma qui il “soggetto” è Artaud, il “pazzo” Artaud, col quale Derrida ha intessuto un dialogo complesso sin dai primi anni della sua attività, con saggi come Il teatro della crudeltà e la chiusura della rappresentazione, Artaud: la parole soufflée e Artaud le Moma. Per dirla in poche e insufficienti parole, Derrida non condivideva il “vitalismo” artaudiano, il discorso sul “corpo proprio”. E forse indagare la sua produzione poetico-visiva, letteralmente pittografica, è un modo per scavare più a fondo in quel confronto, per battere sentieri meno battuti, per lasciarsi alle spalle tante presunte “riscoperte” che negli anni ‘6o e ‘70 appiattivano la parabola esistenziale di Artaud in una sacrosanta ma castrante battaglia antipsichiatrica. Il concetto del quale si serve Derrida per la sua lettura è
marco enrico giacomelli
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