Anne Carson
C’è qualcosa in Di vetro che resiste a qualsiasi tentativo di messa in ordine. Non è una storia, non del tutto. Non è neanche solo poesia. Piuttosto, un movimento continuo tra pensiero e immagine, tra ciò che si ricorda e ciò che non si riesce a dire. Da qui parte il lavoro tratto da Vetro, ironia e Dio di Anne Carson, che andrà in onda sabato, 21 marzo 2026, alle 20:30 su Rai Radio3, per la Giornata Mondiale della Poesia.
Il progetto nasce dalla collaborazione tra Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale e Bluemotion, e trova nella forma radiofonica un terreno adatto a questa scrittura instabile, fatta di scarti e sovrapposizioni. A darne voce è Jasmine Trinca, mentre la regia di Giorgina Pi lavora per sottrazione, seguendo le fratture del testo più che cercare una linea narrativa. Le musiche di Valerio Vigliar non accompagnano ma incidono, aprono spazi.
Più che una narrazione, Di vetro è un attraversamento. Carson tiene insieme materiali diversi, autobiografia, critica letteraria, poesia, e li monta senza cercare una sintesi. Al centro c’è una donna che ripensa a una relazione finita mentre legge Emily Bronte, due piani che si sovrappongono senza mai combaciare del tutto.
Il ritorno alla casa materna diventa così un luogo mentale prima ancora che reale. La madre è una presenza vicina e opaca, come separata da un vetro. Il padre, malato e lontano, resta sullo sfondo. Intorno, gli spazi quotidiani si caricano di memoria e si deformano, mentre il tempo si spezza tra passato, presente e qualcosa di più difficile da nominare.
Emily Bronte non è solo un riferimento ma una figura che insiste dentro il testo, quasi un doppio. La sua scrittura aspra diventa un modo per pensare il dolore, senza addolcirlo, è una compagnia inquieta.
Il testo procede per frammenti, immagini, scarti. Tra questi, i 12 Nudi (visioni nette, a tratti violente) che non spiegano ma espongono. Più che raccontare una storia, Carson mette in scena una condizione: quella di chi resta a guardare, senza protezioni.
Nella versione radiofonica, questo movimento si traduce in un equilibrio fragile tra voce, silenzi e suono. Non c’è l’idea di “portare” il teatro alla radio ma di lasciare che qualcosa cambi forma. E forse è proprio lì che Di vetro trova spazio: in una zona intermedia, dove la parola non si chiude e continua a risuonare.
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