Categorie: Libri ed editoria

I meme ci hanno già sconfitti oppure sono l’unica arma che ci rimane?

di - 24 Maggio 2026

S’intitola I meme e Mark Fisher. Realismo capitalista e Scuola di Francoforte nell’era digitale, la nuova produzione teorica di Mike Watson, noto critico d’arte, apprezzato sulle pagine di Jacobin e ArtReview. Pubblicato da Meltemi nella collana Ccube, l’agile e denso volume si profila come una necessaria autopsia culturale del presente. Watson non si limita a omaggiare il filosofo della hauntology, ma prosegue la missione di Mark Fisher, individuando nel meme il reperto archeologico e, simultaneamente, la chiave di quella paralisi culturale, sociale chiamata realismo capitalista.

L’accurata analisi degli immaginari e della produzione culturale del nostro tempo suggerisce che l’unica vera avanguardia sia quella prodotta anonimamente nelle profondità della rete. Watson traccia un filo rosso che collega le avanguardie storiche, dal Dadaismo al Situazionismo, all’anarchia visiva dei surreal memes. In questi scenari, il legame con Fisher si fa viscerale: il meme non è intrattenimento, ma il ritorno del rimosso, sono i fantasmi che infestano e bloccano la produzione simbolica contemporanea. È la depressione collettiva, il precariato e il collasso climatico che riemergono sotto forma di immagini sgranate, glitch e ironia nichilista.

Se per Fisher il realismo capitalista era l’impossibilità di immaginare un’alternativa al sistema vigente, per Watson il meme è la rappresentazione visiva di quel senso di fine che permea il nostro quotidiano. Attraverso un’audace e raffinata riscrittura delle teorie elaborate in seno alla Scuola di Francoforte, Watson attualizza il pensiero di Adorno e Horkheimer che vedevano nell’industria culturale una fabbrica di conformismo, notando come oggi la produzione di contenuti e conoscenza sia divenuta granulare, ubiqua, apparentemente partecipativa e inclusiva. Questa fittizia democratizzazione della creatività non si traduce in emancipazione, ma in un sistematico impoverimento simbolico. Il meme si fa strumento dialettico.

Da un lato, è il prodotto supremo dell’alienazione digitale, dall’altro possiede un potenziale di rottura. I meme costruiti attorno a immagini ipersaturate e degradate agiscono come un sabotaggio estetico che rifiuta la pulizia formale di tanta fotografia patinata. È qui che il realismo memetico si manifesta: non come una copia della realtà, ma come la documentazione del suo collasso. Riprendendo il concetto di hauntology, Watson esplora come i meme spesso riciclino frammenti del passato: vecchi cartoni animati, estetiche anni ’90, loghi obsoleti per esprimere una nostalgia per futuri che non si sono mai realizzati.

Questa nostalgia del futuro è il sintomo di una cultura che ha smesso di generare il nuovo, ripiegandosi su un eterno presente fatto di remix e citazionismo. «Il meme è l’urlo silenzioso di una generazione che sa di abitare le macerie del sogno neoliberista…» ci aveva avvisati Alessandro Lolli nel suo seminale La guerra dei meme. Fenomenologia di uno scherzo infinito. L’analisi di Watson non risparmia il mondo dell’arte contemporanea, accusata di essere diventata una zona franca per capitali finanziari, del tutto scollata dalla realtà dei produttori culturali: gli artisti. Al contrario, il creatore di meme agisce fuori dal mercato, operando in una dimensione di post-proprietà. I meme alimentano una semiosfera collettiva di produzione culturale, ma c’è da chiedersi se sono ancora così centrali nella produzione culturale più recente.

Il volume di Watson non è solo un saggio di critica d’arte, ma un manuale di sopravvivenza politica. Se il realismo capitalista ci convince che non ci sia via d’uscita, il realismo memetico ci costringe a guardare nell’abisso della nostra condizione digitale. Documentando l’impoverimento simbolico, Watson paradossalmente ci indica una strada: riappropriarsi dei mezzi di produzione del senso per hackerare il sistema dall’interno, un pixel alla volta. I meme e Mark Fisher ci ricorda, in conclusione, che, sebbene il presente sembri una prigione di immagini riciclate, la comprensione dei meccanismi che lo governano è il primo passo per iniziare, finalmente, a immaginare l’oggi e forse il domani.

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