Qualche cifra, per cominciare. Questo volume poderoso – pubblicato in italiano e in inglese ad un prezzo proibitivo quanto ingiustificato – concentra, in 1000 pagine, 66 interviste scelte da un archivio di circa 400, da cui verranno estrapolate a breve altre due raccolte. Impossibile dunque fornire un resoconto non rapsodico del lavoro del prolifico critico svizzero.
Sguarnito ma significativo il contingente italiano: S. Boeri (Multiplicity), M. Cattelan, G. De Carlo, M. Merz, M. Pistoletto, E. Sottsass . Nella squadra degli artisti più affermati: M. Abramovic, V. Acconci, M. Barney, C. Boltanski, D. Buren, Constant, D. Graham, O. Eliasson, Gilbert & Gorge, Z. Hadid, R. Koolhaas, Y. Ono, G. Orozco, G. Richter, F. West.
Tuttavia questo imponente corpus -“una sorta di giro del mondo in sessantasei conversazioni” come si esprime Michael Diers nell’utile introduzion- non è una semplice collazione che testimonia della defatigante routine del critico militante, cartografo della piattaforma o dell’arcipelago dell’arte contemporanea. Né d’altra parte l’intervista si pone come agile alternativa all’incedere riflessivo del saggio-monologo o come mezzo d’informazione ‘in presa diretta’, sul modello di inter/View (rivista ideata da Warhol nel ’69 la cui formula è stata ripresa pochi anni fa in Italia con scarso successo). Quelle di Obrist sono conversazioni scritte (precedute da una breve scheda biografica) fatte di risposte ponderate e non di fulminei scambi di battute orali. Nessuna retorica del disimpegno: l’intervista è considerata come una vera e propria pratica critica.
Non a caso, nel novero degli interlocutori coinvolti (provenienti dalle discipline più disparate), figura il padre dell’ermeneutica filosofica, H.-G. Gadamer, il quale fra l’altro ricorda a Obrist come nelle interviste “non sia possibile trascrivere i silenzi”. E come non esistono segni per il silenzio a maggior ragione la voce è irriducibile alla parola scritta: effimera e prelinguistica, fatta di corporalità e vissuti, respiro e cadenze, incrinature e modulazioni.
Eppure la forma dell’intervista sembra particolarmente confacente all’attività degli artisti contemporanei, spesso concentrati più su progetti in fieri che su opere mute e conchiuse. Il dialogo dispiega il senso condensato nelle immagini, restituendone all’intervistatore come al lettore il processo di formazione. Il dialogo documenta o meglio dà la parola (come l’opera dà a vedere) alle intuizioni e alle esitazioni dell’artista come agli stati d’avanzamento e alle impasse dell’opera. In altri termini, si ha la sensazione che molte di queste interviste finiscano per far parte dell’opera stessa, che si presentino come didascalie ragionate. L’autore, mosso dalla necessità di comprendere, domanda e si mette in ascolto, registra e trascrive, fino a riuscire a far risuonare gli echi di quella voce nella parola scritta.
Infine, Interivste è un ottimo vademecum per i visitatori della Biennale di Venezia di Bonami (durante la cui vernice è stato presentato), in cui Obrist ha curato com’è noto la sezione sull’utopia ospitata all’Arsenale. Ma è anche un’alternativa critica al poco esaustivo catalogo, elenco di nomi illustrato dal puro valore documentario. Un modo di collaudare ciò che le conversazioni con gli artisti lasciano emergere – l’elaborazione dei progetti come i silenzi che le opere mettono in mostra.
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riccardo venturi
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