Jean-Michel Basquiat (New York 1960-1988) era una figura enigmatica, sempre a metà strada tra realtà e finzione. Un ragazzo problematico, perennemente afflitto da un forte senso di inadeguatezza, timido ma molto intelligente. Tra le pagine fitte di aneddoti, emerge innanzitutto un rapporto irrisolto col padre, che gli lasciò in eredità un’irrefrenabile avversione per la disciplina. La biografia di Hoban ha il merito di trasmettere l’atmosfera di un’epoca per molti versi irripetibile. Sono pagine che sanno di jazz, hashish e speranza, che parlano di una generazione votata all’eccesso, in nome dell’arte. Un periodo colmo di energia, creatività e dolore. Il viaggio, consapevole, di Basquiat verso una morte insensata è descritto con dolcezza, come se fosse una favola. L’avventura del primo pittore nero di successo è inserita in un contesto variopinto fatto di musicisti, spacciatori, galleristi, critici e artisti. Appare chiaro come Basquiat rimanga schiacciato tra gli ingranaggi di una macchina più grande di lui; quel successo tanto agognato finisce per svuotarlo dell’energia che aveva generato la sua arte. Arte violenta, iconoclasta, distante dai rigori della tecnica ma brutale, sincera. Pittore, poeta, predicatore, Jean-Michel inizia “sparando” parole e simboli sulle pareti di una livida New York di fine anni ’70. I suoi tag, firmati Samo (The same old shit), ben presto diventano autentici attacchi alla cultura bianca, razzista e schiava del capitalismo. Con gli anni ’80 arrivano i primi lavori su tela, opere che uniscono al graffitismo icone dal forte valore simbolico: espressionismo primitivo venato di cultura pop. Sempre a quel periodo risalgono le cartoline e i collage in stile Rauschenberg; i primi segni del successo e con essi la dipendenza dalle droghe che non lo avrebbe più abbandonato.
Hoban si focalizza sul rapporto tra Basquiat e i galleristi. Dalle pagine del libro emerge la sensazione che l’impatto che ebbero sull’equilibrio mentale del giovane pittore fu devastante. Viene descritto il rapporto conflittuale che Jean-Michel ebbe con
Il libro, arricchito da un apparato fotografico molto efficace realizzato da Edo Bertoglio, traccia in maniera impeccabile il ritratto di un decennio che bruciò forse troppo in fretta, ma che seppe segnare nel profondo le regole dell’arte generando piccole-grandi stelle come Basquiat: “Non so descrivere il mio lavoro perché non è mai la stessa cosa. È come chiedere a Miles Davis, beh, com’è il suono della tua tromba?”
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