Scritta dal commediografo S.N. Behrman e uscita a puntate sul New Yorker fra il ‘51 e il ‘52, questa irriverente biografia di Joseph Duveen (1869-1939), tradotta e pubblicata per la prima volta in italiano da Sellerio, restituisce lo spaccato di un’intera epoca attraverso l’esistenza mozzafiato e piena di colpi di scena di uno dei suoi indiscussi protagonisti. Gallerista diviso fra Parigi, Londra e New York, “il più spettacolare mercante d’arte di tutti i tempi” aveva presto fatta propria una semplice verità: gli europei hanno l’arte, gli americani i soldi. Fu così che, con indefesso entusiasmo e buoni dosi di cinismo, l’inglese Duveen scalò le vette del collezionismo privato americano, riuscendo negli anni ad associare il proprio nome a quello dei più danarosi magnati statunitensi. La lista è lunga e assai nota –Kress, Altman, Whitney, Mellon, Frick, Huntington, Widener, Rockefeller (ovviamente!)– e il rituale più o meno lo stesso: tramezzino dopo tramezzino, brandy dopo brandy, vacanza dopo vacanza, Duveen c’era sempre, a dispensare consigli su questo o quell’artista e a conquistarsi così la fiducia dei suoi generosi interlocutori. Un avventore dai modi eleganti e sofisticati, dall’eloquio brillante e dall’animo famelico, sempre a caccia di occasioni su cui poi magari lautamente speculare. Comparire da lui divenne presto il raggiungimento di uno status sociale ed essere nel giro dei suoi clienti significava essere nel gotha di quelli che contavano veramente.
Si costituirono così, sotto l’attenta regia del mercante inglese, complice in alcuni casi anche la prestigiosa consulenza di Bernard Berenson, le più importanti collezioni d’arte americane, di cui Duveen seguiva scrupolosamente ogni acquisto. Non solo opere d’arte, ma anche mobili e oggetti d’arredo, come prova la cura con cui il gallerista attese nel 1913
La biografia procede incalzante, con lo stile rutilante e mondano della chiacchiera da salotto, e passa in rassegna in maniera spietata tutti i momenti salienti della lunga carriera di Duveen: dalla provenienza da una umile famiglia di fabbri olandesi di origine ebraica ai processi per contrabbando e all’affaire Mellon, uno dei più potenti uomini d’America che proprio Duveen riuscì a salvare dall’accusa di evasione fiscale, con la donazione di alcune sue opere alla National Gallery di Washington. Persino le operazioni più controverse, quando non illegali, assumono nella biografia di Duveen il tono epico di un eroico romanticismo, quello di un esteta bruciato solo dal sacro fuoco dell’arte (e dei quattrini).
Nel sistema economico americano degli anni ‘20, quello dei monopoli e dei grandi capitali, Duveen esercitò senz’altro un dominio incontrastato sul mercato dell’arte antica. Anche ben dopo la morte, avvenuta al Claridge di Londra con ormai anche un titolo di Lord nel cassetto. A due anni dal suo decesso, Samuel H. Kress si decise finalmente a pagare agli eredi Duveen i numerosi quadri che aveva tenuto a lungo in visione. Anche da morto, il mercante inglese continuava a vendere.
davide lacagnina
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Beautiful review. Thank you, mr. Lacagnina.
Good Night, and Good Luck.
L.S.