Che Ando Gilardi sia un personaggio capace di stupire e coinvolgere in ogni sua impresa è cosa nota. L’ultimo suo lavoro non rappresenta l’eccezione, al contrario, rafforza la regola. Dissacrante e ironico, l’agile pamphlet composto in forma di dialogo condensa tutte le pubblicazioni precedenti in un’autobiografia dal grande valore istruttivo, ideale per chi voglia avvicinarsi alle immagini fotografiche in modo affatto banale.
D’altronde, tutto si può dire di Gilardi -eccessivo, barocco, iperbolico nel sentenziare e collocare i valori del fotografico- tranne che sia un accademico prevedibile, uno scrittore soltanto abile ed efficace nella retorica. Impossibile semmai non prendere atto che ci troviamo di fronte a un autore capace di assumere una posizione forte su qualsiasi aspetto problematico del fotografare.
Citando in apertura Jacques le Fataliste di Diderot, Gilardi dichiara sin da subito il riferimento filosofico alla sua personalissima teorizzazione della “fotografia fatalista”, per poi giungere -dopo un divertente e denso percorso- a discorrere di “fotografia scaramantica” e “fotografia arbitraria”. In mezzo, un’infinità di riflessioni, spunti ma anche rivelazioni sorprendenti. In appendice, infine, il Gilardi fotografo ripercorre la propria storia attraverso le proprie immagini. Ma, sarebbe meglio dire, Gilardi fotografo fatalista si guarda indietro, riconoscendosi nell’esser stato costantemente e ossessivamente proteso a cogliere episodi, frammenti, casualità varie di un reale misterioso ed enigmatico.
Una ricerca di tutta una vita, quindi, quella proposta in questo testo. Una ricerca ispirata dal culto per l’immagine e per l’anima che questa coglie e restituisce, perché “se l’anima è bella è bella anche l’immagine”.
Infine, naturalmente, la “fotografia digitale”, identificata dall’autore sin dagli anni ‘80 come una rivoluzione epocale, in grado di far rinascere la “vera” fotografia, quella ch’egli colloca prima dell’invenzione dei procedimenti per renderla stabile, per farla uscire dall’evanescenza -pure fondante il fotografico autentico, cioè la sua fluidità, interattività e vitalità- delle camere oscure. Il digitale che rivoluziona l’idea di supporto e il modo di distribuire le fotografie, i metodi e i mezzi per la loro archiviazione e conservazione, oltre che per la riproduzione ed elaborazione. Il digitale che cambia in profondità la fruizione e la produzione delle immagini fotografiche, che cambia la sostanza stessa del fotografare per un ritorno all’origine – qui sta l’originalità di Gilardi – alla vitalità delle immagini non imbalsamate in un supporto.
Il libro procede per riprese a tratti sincopate e in altri momenti distese delle idee che hanno ispirato i suoi splendidi precedenti: Storia sociale della fotografia (2000), Storia della fotografia pornografica (2002) e Wanted (2003). Un Gilardi al solito libero e senza peli sulla lingua, capace di costringere il lettore a prendere posizione su tutto quanto afferma, a provocare e a muovere il dissenso, l’opposizione o il concordare. Per fare, in definitiva, riflettere.
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