Ma che bella riscoperta. Questo è il lieto fine di un’altra storia di “distrazione”, protagonista il solito quadro costretto per secoli a un’obliosa latitanza e infine divenuto punta di diamante di una collezione immeritatamente “periferica”. Fino a quando, in occasione della grande esposizione su Botticelli al Musée du Luxembourg nel 2004, il Tondo di Piacenza si è affacciato alla ribalta e ha deciso di prendersi la rivincita. L’avventura del capolavoro, custodito nei Museo Civico di Palazzo Farnese, viene oggi raccontata dai tipi di Motta, in un catalogo che diventa una sorta di risarcimento danni con gli interessi, viste la raffinatezza grafica, la smagliante ricchezza delle illustrazioni e la varietà dei saggi, ben orchestrati dai curatori Davide Gasparotto e Antonella Gigli (peccato, però, la mancanza degli indici).
Eletta a pretesto di una monografia ad ampio spettro, la tersa tempera su tavola diventa baricentro di un’indagine estesa ben al di là della sua cornice (raro esempio di originale, attribuito alla bottega dei da Maiano, i cui rigogliosi intagli dorati fungono da separatore tra i seggi). Le molteplici diramazioni circolano intorno a un dipinto che, sotto il profilo del formato e dell’interpretazione, si mostra pienamente in linea sia con i dettami dell’iconografia sacra tradizionali, sia con i precedenti del leggiadro pittore fiorentino, con una Vergine dolcissima ed eterea rapita nella contemplazione del frutto del suo ventre. Un’estasi privata, che ha come sfondo cespugli di rose e un quieto paesaggio, in un terso tripudio cromatico di rossi e d’azzurri. Fugate dalla pulitura anche le perplessità relative all’attribuzione e alla datazione: è ormai indubbia la firma del Filipepi (con un concorso di bottega per il San Giovannino), questa “ancona […] con Nostra Signora e Bambino” (pertanto, “coetanea” Primavera).
Così recita la trascrizione di un antico documento, che apre la finestra sull’accidentata e farraginosa ricostruzione della “carta d’identità” del Tondo, dai committenti fino alla sua prima apparizione nel 1642, nell’inventario dei beni di Federico II Landi, presso il Castello di Bardi sull’Appennino parmense. Dopodiché il Tondo sparisce di nuovo dalle carte, per rifare la sua comparsa nel 1860, quando il castello passa al Demanio del Regno d’Italia. Una sorta di gioco a nascondino che si conclude con l’acquisizione dell’opera nel patrimonio cittadino, contemporaneamente a un altro provvidenziale “dissotterramento”: quello dello stesso Botticelli, cui un pugno di studiosi (Horne, Berenson e Warburg in testa), artisti (i Preraffaelliti) e collezionisti regalò nuova e imperitura fortuna. Destini analoghi, rintracciabili accanto agli approfondimenti sui tesori della National Gallery di Londra e gli affreschi della Cappella Sistina, oltre alla puntuale trattazione degli aspetti segnatamente tecnici del restauro. Paradossalmente, tanta pregevole articolazione contenutistica rischia di essere messa in crisi dalla bella veste editoriale, che stimola nel lettore un’attrazione fatale verso le immagini riprodotte. Difficile, però, resistere alla tentazione di rifarsi gli occhi con questa carrellata sulla rinascita: una distrazione, almeno questa, veniale.
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