Categorie: Libri ed editoria

libri_saggi | Dizionario degli studi culturali | (meltemi 2004)

di - 24 Novembre 2004

Mancava nella nostra lingua un dizionario che -come la cartografia di un terremoto– mappasse, sinteticamente e perspicacemente, la realtà sfocata degli studi culturali, la loro tradizione quanto la loro attualità. Tuttavia con il riferimento alla cultura -più tessuto che sistema– si indicano in questo caso non solo gli ormai celebri cultural studies (che la Meltemi si prodiga a diffondere da alcuni anni) ma anche la tradizione della Kulturwissenschaft. Per questo non deve sorprendere se fra gli autori compaiono molti germanisti e fra i 58 lemmi -sapientemente selezionati, suddivisi in otto dominanti e ricchi in richiami intratestuali e suggerimenti bibliografici (link inclusi)- compaiono “Antropologia filosofica”, “Metaforologia”, “Storia della idee e dei concetti”, ecc.
Qui risiedono del resto i due pigli teorici e propositivi di questo dizionario critico. Da una parte tradurre in italiano –translatio studii che è un gesto pienamente iscritto nella logica del nostro oggetto di indagine- la gran parte dei termini inglesi, non solo per favorirne la circolazione nel nostro dibattito ma anche per rilevare come “la mancanza in Italia di un termine specifico per gli studi culturali non significa che non vi sia nel nostro paese un interesse per le tematiche che normalmente vengono studiate in ambito anglosassone” (Mauro Pala). Gramsci e De Martino, Fortini e Pasolini, Eco e Ginzburg, sono solo alcuni nomi: quello che manca è semmai una ripartizione disciplinare che dia visibilità e diffusione a questo frammentato campo di studi.
Secondo proposito, prima accennato, la creazione di un ponte con le scienze della cultura tedesche, cui lo stesso Cometa – architetto dell’opera, autore del lemma “Mitocritica” nonché dell’utile e programmatica introduzione che cita Schlegel, Schiller e Warburg– appartiene per formazione. Un “allargamento del canone” che – in piena linea con la prassi degli studi culturali – si muove al di là dell’egemonia anglo-americana e ne promuove una versione continentale, dotata di una tradizione consolidata e di un impianto concettuale.
Il Dizionario riesce a mantenere tuttavia un equilibrio fra ansia di totalità e passione per il frammento, fra una sezione più storica (“Archeologia del sapere”, “Teoria critica”) e quella più rizomatica che resiste a penetrare nelle nostre librerie e nelle nostre accademie (“Studi gay e lesbici”, “Cultura Cyborg”). Certo, molte di queste voci sono familiari nel mondo dell’arte contemporanea, dove fungono da operatori critici nelle esposizioni e nelle ricerche artistiche. Basti pensare, per l’ambito post-coloniale, all’ultima Documenta di Kassel o, per il mondo femminista, al lavoro che le artiste compiono a partire dagli anni sessanta (cioè poco dopo la nascita in Inghilterra dei Cultural studies propriamente detti), da Eva Hesse a Gina Pane.
A proposito di accademia, va infine salutato con sorpresa il fatto che quest’accurato lavoro d’équipe sia stato forgiato nelle fornaci dell’università italiana (da Bergamo a Palermo), contravvenendo all’immagine elefantiaca che se ne ricava spesso, infra e extra muros. Del resto la tattica degli studi culturali prevede lo scardinamento del dominio dell’io, dell’imperialismo delle nazioni e dell’ideologia delle istituzioni – incluse quelle universitarie.

riccardo venturi


Michele Cometa, Dizionario degli studi culturali, a cura di Roberta Coglitore e Federica Mazzara, Meltemi (www.meltemieditore.it), Roma 2004, 571 pp., 32 €, ISBN 88-8353-283-X

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