Tra le definizioni più diffuse del cinema, vale la pena di ricordare quella del grande Kurosawa, che lo acclamava come il primo media in grado di racchiudere in sé le altre arti: fotografia, pittura, scultura, teatro, letteratura, musica, filosofia. In spettacolare convivenza. Luca Barbeni, giornalista e artista esperto in nuove tecnologie, è l’autore di un volume in cui racconta cos’è accaduto in seguito. Il testo, nato anche a partire dalla mostra curata nel 2005 al Piemonte Share Festival (Digital Storytellers), è dedicato a quegli impianti narrativi contemporanei pensati per galleggiare nel mondo virtuale, nel web, supporto di sorprendente potere perché capace di comprendere, tra le varie arti, anche il cinema. Webcinema raccoglie le esperienze di un’indicativa selezione di artisti e racconta la metamorfosi della “settima arte” nello spazio rizomatico, con le sue tendenze e i suoi strumenti.
Se la forza dei mezzi più all’avanguardia si nutre dell’assimilazione di un numero sempre maggiore di media affermati, come una scatola cinese, l’energia espressiva della nuova forma digitale di racconto sta nell’interattività. E l’interattività, grazie alle interfacce, racchiude in sé il coinvolgimento emotivo della tradizionale interazione fra la rappresentazione e la platea. Barbeni spiega allora l’inedito ruolo dello spettatore, con le implicazioni più complesse emerse dalla net art e la presenza o l’influenza di flessibili aree diegetiche, come quella dei videogiochi. Nell’era della “seconda oralità”, come indicata da Walter Ong, l’esplorazione di una narratività non lineare, con un’impostazione più vicina a quella delle culture precedenti la scrittura, nasce grazie al web e alle possibilità scatenate, oltre che dalla sua multimedialità, dalla capienza dei database, dalla rete di collegamenti su cui si regge e dal magico potere del link.
Se l’illusione del cinema si basa su un movimento ricostruito con una catena regolare di “istanti qualsiasi”, come spiegava Deleuze, in rete i momenti, i “fotogrammi”, possono resistere liberi, e sono in qualche
In conclusione, il volume costituisce sia un valido strumento che un significativo passo in avanti verso la comprensione, l’abitudine e l’accettazione di nuovi linguaggi, che stimolano un tipo di percettività ancora in evoluzione.
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