“La perpetua insoddisfazione è la perpetua evoluzione. Ed è l’unico merito della mia TV sperimentale”: scriveva Nam June Paik nel 1963. E la sua “TV sperimentale” ha decisamente segnato le sorti dell’arte video, gettando dei semi che sono germogliati in un serie di variabili allora inimmaginabili.
La videoarte è tutt’oggi un’arte “giovane”, ed è soprattutto per questo che risulta ancora difficile storicizzare il fenomeno e sistematizzare la critica specializzata. Non solo: il mondo del video è in continua, frenetica evoluzione, corre di pari passo con il progredire delle nuove tecnologie e tende, per sua genetica vocazione, a mescolarsi con altre realtà performative ed artistiche, rendendo così il terreno di ricerca sicuramente stimolate, ma altrettanto sfuggente.
I due testi di Valentina Valentini raccolgono due punti di vista essenziali per capire il mondo del video, così come è nato e si è sviluppato. Da una parte tre generazioni artisti, che ne Le pratiche del video “raccontano” il proprio operare, svelano il loro modo di percepire e rielaborare la realtà e le problematiche del proprio tempo. Dai nomi storici dei padri (o meglio, ormai, nonni) che hanno “piegato” e “plasmato” la tecnologia, a cominciare proprio da Nam June Paik, a quelli della generazione di mezzo (da Bill Viola a Studio Azzurro), che hanno affrontato e sviluppato problematiche e potenzialità del medium in maniera più sistematica, fino ai più giovani (Pipilotti Rist, Mattew Barney…), che hanno “esploso” la videoarte in una miriade di esperienze personali.
Dall’altra critici e studiosi (dalla stessa Valentini a Sandra Lischi, da Jacques Derrida a David A. Ross), che ne Le storie del video offrono in pasto alla posterità le proprie teorie su quel mondo proteiforme creato da ibridazioni e interrelazioni tra arti visive, teatro, cinema e cultura elettronica, nella consapevolezza di dover creare nuove categorie di valutazione relazionandosi però alla tradizione.
Non si contrappongono i due testi, ma si integrano a vicenda: con modalità (e finalità) ovviamente diverse, entrambi i “gruppi” affrontano essenzialmente i medesimi temi fondamentali, che si possono vedere come una serie di “giochi di rapporti”. Il rapporto con la sorellastra televisione, al cui appiattimento e massificazione la videoarte si contrappone o che addirittura invade per attaccarla dall’interno attraverso programmi-nemesi. Oppure, all’opposto, le sottese filiazioni dal cinema d’autore degli anni ‘60… E ancora, il rapporto inedito con lo spettatore, che si trova a sostenere un “dialogo estetico” sempre più totalizzante, sottoposto, specialmente nel caso della videoinstallazione, a quello che Vito Acconci definisce “un tentativo di fermare il tempo”, nella sua forzosa unione tra il luogo definito e il video come non-luogo. Infine, il rapporto con il corpo, con la sua rappresentazione come agente performativo, la fissazione per l’autorappresentazione dell’artista, il compiacimento del corpo mutante, anche qui in un paradossale rovesciamento, per cui una modalità di riproduzione inconsistente diventa il mezzo d’indagine privilegiato del materico vivente.
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