Paolo Monti, Palazzo Fortuny, 1969
Per questa asfissìa pandemica, per questo tempo tossico di golpe mascherato da salvezza della Patria, un antidoto può certo essere qualche ora di bellezza, seppure mutuata da un libro, che, come sempre, tra le mani di chi legge diventa una rèverie, un “sognamento”, perché un libro non è un oggetto, ma una “cosa”, ossia, come direbbe Remo Bodei, l’abbreviazione del latino “causa”, ciò che riteniamo talmente importante e coinvolgente da mobilitarci in sua difesa. Così e per me questo Pavone e rampicante: vita e arte di Mariano Fortuny e William Morris della scrittrice Antonia Susan Byatt, e lo porgo a voi, che leggete questa rubrica, per farvi un po’ di bene, come il libro ha fatto a me.
Dai “paragoni”, si sa, nascono sempre considerazioni utili, spesso nevralgiche, per farci avvicinare al midollo vitale del visibile. Il libro inizia così: Antonia Byatt è a Venezia “ebbra di luce acquamarina”, desiderosa molto di visitare Palazzo Fortuny, del cui celebre proprietario non sa quasi nulla, tranne che è l’unico artista vivente contemporaneo citato da Marcel Proust nella Recherche du temps perdu. Ma dall’oscurità dei palazzi e dai canali muschiosi di Venezia aggallano gamme di verde e affiorano nell’immaginario di Byatt prati dell’Inghilterra, e dai vetrai di Murano e la passione per l’artigianato il ricordo di William Morris.
Così lo spagnolo Mariano Fortuny, l’aristocratico e bellissimo pittore, scenografo, fotografo, ideatore di luci e di magnifici abiti e stoffe, e William Morris, il gallese grasso e sgualcito nella chioma e vestimento, creatore di sublimi disegni e tessuti, stampatore, ceramista, progettista di giardini, diventano i protagonisti dei giorni veneziani della scrittrice inglese e di queste pagine. Un mosaico di relazioni si compone ora tra le pietre di Venezia e si traduce in scrittura. Palazzo Pesaro Orfei divenuto tra le mani di Fortuny laboratorio e casa, ma anche opulenza e luogo di memorabili feste. Le dimore di Morris e i loro magnifici giardini: la Red House, Kelmscott Manor, la Water House. Case che sono parte integrante dell’opera di chi vi ha vissuto.
La moglie di Fortuny, Henriette, sposata dopo 22 anni di convivenza felice e di collaborazione stretta nel progettare, sperimentare, disegnare stoffe, abiti, soluzioni innovative di tintura e di stampa e rielaborazione di antichi motivi ornamentali. La moglie di Morris, Jane Burden, pallida e svogliata, e innamorata di Rossetti, figlia di uno stalliere, scoperta in un teatro dallo stesso pittore e da Burne-Jones. Il motivo del caprifoglio e gli intrecci di salice delle stoffe di Morris, la sciapa Knossos usata da Isadora Duncan e il celeberrimo plissè Delphos di Fortuny. Ornamento sublime, rielaborazione di motivi mitici, pratiche tintorie, quotidiana ossessione per raggiungimenti sublimi.
«Ogni volta che pensavo a Fortuny nel chiarore acquamarino, mi ritrovavo a pensare anche a William Morris. Usavo Morris, che conoscevo, per capire Fortuny. Usavo Fortuny per reimmaginare Morris», scrive Byatt. Una biografia bifronte, godimento dell’immaginazione e della consonanza tra universi creativi del Nord e del Sud.
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