Francesca Alinovi
OILÀ oltre a essere un proverbiale e colloquiale saluto tra conoscenti, è anche il titolo della collana editoriale, curata da Chiara Alessi, che va a imbellettare il décolleté della casa editrice Electa. Composta da libriccini di piccolo formato – come tutte le cose preziose che si rispettino – dagli angoli smussati, la collana si veste di una grafica riconoscibile, curata dal designer compasso d’oro Leonardo Sonnoli, che diversifica i titoli attraverso pattern e accostamenti di colore sempre diversi. Di recente uscita (il 12 novembre) è Quel che piace a me. Francesca Alinovi, l’approfondimento proposto dall’autrice e critica musicale Giulia Cavaliere, su Francesca Alinovi, critica d’arte, curatrice, ricercatrice e docente di Storia dell’Arte al Dams di Bologna.
La figura di Francesca Alinovi è stata purtroppo consegnata alla storia dalla cronaca nera, che ha offuscato una vita intera, relegandola al ruolo di vittima di femminicidio, portando ancora una volta l’attenzione su chi ha commesso il crimine e spegnendo la voce di chi quel crimine l’ha subito. Ma Alinovi è stata molto altro: studentessa modello sin dalle scuole medie, quando gli insegnanti leggevano alle altre classi i suoi temi, si laurea in Lettere con una tesi sul pittore Carlo Corsi, iniziando da subito a lavorare a fianco del critico d’arte e docente Renato Barilli. Inizia così una carriera fervida di incontri, di scrittura di mostre che fanno di lei una delle maggiori interpreti di quegli anni frizzanti – gli anni ’70 e ’80 – un’astuta archeologa del contemporaneo che ha saputo cogliere e coltivare i prodromi della cultura post-punk nel suo divenire.
Giulia Cavaliere, ci porta con sé alla ricerca della genesi di un pensiero creativo diventato teorizzazione, partendo dalla casa in Via del Riccio 7 a Bologna. Spesso infatti, per rendere a noi più vicina una persona altrimenti intrappolata dall’aura dell’eroismo, che talvolta crea un distacco inumano, si parte proprio dalla ricostruzione di una vita quotidiana impregnata degli oggetti che la definiscono. Vestiti buttati qua e là , stoviglie, una jelly bag, smalti colorati messi in fila come soldatini vicino alle conserve e i libri, tanti, sparsi e accatastati ovunque: Tutte le opere di Oscar Wilde, Sentimento e forma di Susanne K. Langer, Il Revival curato da Giulio Carlo Argan, il catalogo di Germano Celant della mostra Off Media, tra gli altri. Ma l’oggetto che più di tutti parla di lei è la sua macchina da scrivere, un tesoro prezioso, come sa chi ha fatto della scrittura il suo mestiere, capace di comunicare la sua presenza ancora oggi.
Quel che piace a me è un omaggio, un link che rimanda alla produzione di Alinovi, un invito ad approfondire il pensiero della critica d’arte, che acconciata come la cantante Siouxsie Sioux ci restituisce lo sguardo nelle prime pagine del libro. L’autrice dipinge una figura brillante – secondo tutte le sfumature che questa parola può assumere – e più che mai umana, con le sue debolezze e la sua spiccata intelligenza, ripercorrendo i tanti viaggi a New York, il suo sguardo alla performance art e al graffitismo, il tutto a suon di pezzi e dischi accuratamente scelti, che risuonano con l’epoca. Un brano ancora, da cui prende il nome la collana, accomuna tutte queste pubblicazioni che insieme delineano uno “scaffale femminista”: «Sebben che siamo donne paura non abbiamo, abbiamo delle belle e buone lingue e ben ci difendiamo. A oilì oilì oilà e la lega la crescerà », un canto gioioso da ripetere ad alta voce finché l’incantesimo non si avvera.
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