Categorie: Libri ed editoria

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di - 11 Aprile 2017
Luogo di catalogazione e di conservazione, l’archivio è, da qualche tempo, ad onor del vero da qualche decennio se non proprio da un centennio, al centro di alcuni procedimenti, di alcune strategie artistiche che mirano ad accumulare informazioni, a collezionare oggetti, a predisporre elenchi, a memorizzare, a controllare, a tessere insieme un filo caotico di storie, di dati e date.
Partendo da questa tensione costante che definisce un tempo, il nostro, plurale e anacronistico, da questa condizione poststorica dove alla passione per il museo, al trionfo dell’archivio – là dove le cose cominciano, secondo Derrida – corrisponde il rapido consumo di ogni stabile cronologia, la molteplicità dei racconti, l’estensione universale, orizzontale della tag, frutto di una tensione, di un’euforia, persino, inebriante o allucinogena (Jameson), Cristina Baldacci ha tracciato, di recente, un itinerario brillante che invita a riflettere sull’archivio, appunto, come “medium per realizzare nuove visioni e costruzioni del mondo, che spesso nascono in parallelo, se non addirittura in anticipo, rispetto al discorso filosofico-speculativo che dall’archivio sembra essere di giorno in giorno sempre più affascinato”.


Con un titolo preciso e seducente, Archivi impossibili. Un’ossessione dell’arte contemporanea (Johan&Levi, pagine 224, euro 22), l’autrice volge infatti lo sguardo su una cifra stilistica ibrida e meticcia, su una temperatura estetica dove «collezionare e archiviare sono diventati gesti artistici fondamentali, almeno da quando, con Marcel Duchamp e il readymade» la rappresentazione – lo ha sottolineato Filiberto Menna nella sua linea analitica – ha lasciato il posto alla presentazione.Diviso in tre capitoli (Archiviomania, Pratiche d’archivio e Anarchivi, antiarchivi, controarchivi), ognuno dei quali fitto di paragrafi e riflessioni estetiche che si fanno leggere tutte d’un fiato e invitano il lettore ad appuntare a margine delle pagine una serie di proprie considerazioni.
C’è ad esempio, dopo una Introduzione sul perché dell’archivio – è davvero amabile, in questo luogo d’apertura, trovarvi la citazione dall’Erinnerungsräume (1999) di Aleida Assmann, “controllare gli archivi è controllare la memoria” – e sulla scelta del titolo, viatico all’ “atipicità dell’archivio come opera d’arte” (Cristina Baldacci è precisa, e avvisa sin da subito che, nel contesto dell’arte, è “più corretto parlare di anarchivi”), Un mosaico teorico in cui sfilano, accanto a Burckhard, Warburg e Benjamin, i nomi di Nietzsche, Malraux, Foucault, Derrida, Groys e, tra gli altri, van Alphen. Si passa, poi, allo sguardo lungo di artisti come Alighiero BoettiClassificando i mille fiumi più lunghi del mondo (1970-1977) è senza dubbio la sua opera archivistica più significativa» –, di Gianfranco Baruchello, Gerhard Richter, Maria Morganti, Gabriel Orozco, Marcel Broodthaers, Hans Haacke. Ma anche a formule che mirano a classificare, etichettare, misurare in alcuni casi quello che non è misurabile. O, ancora, a una analisi sugli schedari di carta e i database digitali dove il materiale ha lasciato il posto all’immateriale, la staticità alla mobilità dell’informazione, il possesso all’accesso (lo ha suggerito Rifkin) e, in alcuni casi, all’eccesso e alla deriva, al sospetto e all’oblio.
Si tratta di un viaggio sorprendente, e vale la pena fare i complimenti all’autrice di questo libro, che porta a leggere diversissimi aspetti del pensiero creativo: di un pensiero che si spinge dentro un sentiero ventoso e che porta con sé le tracce, i residui, le scorie, le memorie di una storia delle idee (Foucault) sempre più varia, sempre più seducente, sempre più penetrante.
Antonello Tolve
Cristina Baldacci
Archivi impossibili. Un’ossessione dell’arte contemporanea
Editore: Johan&Levi, Milano 2016
Pagine: 224
Euro 22
@https://twitter.com/antonellotolve?lang=it

Nato a Melfi nel 1977, è critico d’arte e curatore indipendente, e docente presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata. Ha conseguito il Ph.D all’Università di Salerno ed è stato visiting professor in diverse università. Tra i suoi libri ABOrigine (2012), Esposizione dell’esposizione (2013), Ubiquità (2013) e La linea socratica dell’arte contemporanea (2016).

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