Categorie: Libri ed editoria

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di - 2 Dicembre 2014
Colpisce il tono con cui Pietro Finelli e Francesco Correggia, artisti e teorici, affrontano alcune tematiche che iniziano a farsi strada nei dibattiti sull’arte: «Non si tratta di sapere dove stiamo andando, ma che cosa bisogna fare per ricominciare a creare cultura». Le parole di Finelli, tratte da La Pittura. Il corpo infinito edito da Mimesis Art Theory,  evidenziano il bisogno degli artisti di creare un clima distante dal chiacchiericcio improduttivo   degli ambienti modaioli dell’arte.
I due artisti impugnano con nerbo il tema della Pittura, della sua ragion d’essere nel mondo di oggi, affiancati dalle interessanti analisi di Andrea Pinotti, Maurizio Guerri, Raffaele Scolari.
Dunque la pittura che, secondo i due autori, è dotata di un “corpo” dalle illimitate possibilità espressive che, ancor oggi, può riconquistare un ruolo di primissimo piano. Si pensi, per fare un esempio, a Peter Doig  in procinto di una importante retrospettiva alla Fondation Beyeler  di Basilea, ma anche ad artisti come Thierry De Cordier, Marc Desgrandchmps, Jonathan Meese, Neo Rauch, Luc Tuymans, Norbert Witzgall, Flavio de Marco, Barbara Nahmad, Marco Pellizzola oltre, naturalmente, ai due coautori (tutti, Doig compreso, con immagini di opere presenti nel libro in questione).

Dalle analisi affrontate emerge che per affrontare la pittura bisognerà accantonare gli atteggiamenti pregiudiziali nei suoi confronti. Va ridimensionata  la tesi di un presunto anacronismo del medium, messo bene in evidenza da Andrea Pinotti che, a proposito dei bisogni spirituali dell’uomo contemporaneo, lascia intendere che siano soddisfatti da altre modalità espressive più attuali. Nonostante ciò resta il fatto che gli artisti continuano a dipingere, per nulla intimoriti dalla kermesse del contemporaneo dominata da legioni di artefici che oltre ad una pletora d’installazioni hanno messo sul piedistallo il dio schermo.
A tale proposito, Raffaele Scolari, nell’analizzare, la ricorrente contrapposizione tra “quadro” e “schermo”, pone l’accento sulla presunta “staticità” del primo rispetto alla vincente “mobilità” delle immagini, del secondo. Un’argomentazione a prima vista persuasiva, ma che ad uno sguardo più oculato mostra il volto infido di una “impostura”, come ammette lo stesso Scolari citando l’esemplarità delle immagini “fisse” di Francis Bacon; ed è chiaro che gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Pertanto s’intuisce che il fascino della pittura affiori dallo spessore di una disciplina ardua, benché la pratica pittorica sia alla portata materiale di tutti coloro che si autodefiniscono artisti. In realtà, la questione pare porsi su un piano del tutto differente, come suggerisce lo stesso Finelli:  «Solo quando il livello di esistenza subisce un cambiamento radicale e fornisce all’artista la possibilità di passare dall’espansione e dallo sviluppo di sé alla conquista di un io totalmente differente, la trascendenza artistica può cercare di realizzarsi».

Gli autori, che in filigrana lasciano intravedere un aggancio alla filosofia continentale, riaprono la questione della “verità” espressa in pittura, tema che ha interessato buona parte della cultura artistica del novecento. Aggiungiamo che l’indagine sulla stretta relazione tra parola e l’immagine, condotta da Maurizio Guerri, appare esemplare per comprendere la «modalità attraverso cui l’uomo occidentale conosce il mondo». Riemergono inevitabilmente le questioni del linguaggio, quel mobile esercito di figure retoriche, come asseriva Friedrich Nietzsche, la cui natura illusoria tende ad essere facilmente dimenticata; come dire che nessuno può illudersi di potersi sollevare al di sopra della dimensione metaforica del linguaggio.
Se, come recita il noto aforisma picassiano, la pittura è una menzogna per dire la verità, bisogna intendersi sulla natura e il portato di questa verità. Sarà utile riflettere – suggerisce Francesco Correggia – su quale rotta intraprendere per giungere ad essa, e in che modo riconquistare, con la pratica pittorica, quella tensione etico-morale necessaria alla riuscita dell’opera, dispersa dal clima surriscaldato dalle mode. L’arte contemporanea – prosegue l’artista – ha avvicinato l’arte alla vita fino ad un punto di soffocante coincidenza; è necessario recuperare ciò che è stato sottratto alla pittura e, in generale, all’arte: vale a dire la sua possibilità interpretativa, che si esplica essenzialmente nella “distanza”. L’esercizio della pittura che si esplica nel distacco, genera una qualità del tempo differente, e si pone come via irrinunciabile per l’essere umano, costretto – per non dire del tutto irretito – nel tempo dell’organizzazione sociale, caratterizzato «dalle funzioni dominanti nell’ordine del mondo» (Guerri).
Nell’epoca in cui la governance dell’arte è nelle mani dei curators fa piacere che la parola possa ogni tanto ritornare agli artisti. Intendiamo quella parola, che sorge dall’opera e che – come  sosteneva Nietzsche – “traduce in vita ciò che si è imparato, restituendo la conoscenza alla vita”. Intanto, il saggio di Correggia-Finelli ha il sapore di un appello, di uno stimolo ad una riflessione sul futuro dell’arte o, se si vuole, è un invito ad un confronto continuo e diretto tra gli artisti che hanno voglia d’ interrogarsi sul senso profondo del fare cultura.
Nella prima immagine: Peter Doig “Ping pong” 2006-2008 Oil on canvas cm 240 x 360 cm “Private Collection; Promised gift to Tate” Courtesy Michael Werner Gallery, New York amd London.
Autori: Francesco Correggia- Pietro Finelli
Titolo: La Pittura. Il corpo infinito
Editore: MIMESIS Art Theory
Anno di Pubblicazione: 2014
ISBN-13: 9788857525082i
Euro 12

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