Categorie: Libri ed editoria

READING ROOM

di - 7 Luglio 2017
C’è un detto popolare dalle mie parti che recita così: “chi fraveca e sfraveca nun perde maje tiempo”. L’ho ritrovato anche nel dialetto milanese, “fa e disfa l’è tut un laurà!”, e in italiano, “a fare e disfare c’è sempre da fare”. Prima dell’avvento dell’aggettivo “virale” riferito al contenuto, una conquista linguistica degli ultimi anni, solo il proverbio riusciva a raggiungere questa incredibile velocità di trasmissione di una conoscenza largamente condivisibile, appropriata in ogni contesto, adatta in ogni ambito. Cioè, elegante. Così, è stata una sorpresa annunciata ritrovare la stessa immagine di processualità, qualcosa di vicino al fare non facendo di certe dottrine taoiste, anche se dichiarata in toni più pacati, in una mostra che Paolo Icaro tenne nel 1968, alla Galleria La Bertesca di Genova. “Faredisfarerifarevedere”, era il titolo della personale del giovane artista che, in quegli anni, ironizzava sull’aggressività spaziale dell’oggetto. Una parola composta simile a uno scioglilingua in cui la velocità della pronuncia e la levità del tono descrivono la poesia di un lavoro, invece, faticoso e rischioso, un percorso di crisi suggestive e nuovi tentativi che scandiscono il rapporto con la materia dell’arte. Ed è probabilmente anche il titolo più adatto per il ricchissimo catalogo a cura di Lara Conte, edito da Mousse e con il supporto di Galleria P420 e Massimo Minini, che attraversa le tappe di quell’itinerario in 500 pagine, dagli esordi, nel 1963, con l’energica serie delle Terrecotte, alla grammatica essenziale delle opere più recenti, come nel ciclo Spazi di spazio, del 2014-2015, dal nome de plume dato dal maestro Umberto Mastroianni, alle esperienze negli Stati Uniti.
Paolo Icaro, Gabbia Pliniominio, 1967
La trama segue un andamento cronologico, durante il quale le notazioni biografiche si alternano ai riferimenti storici, in un fitto dialogo con le sperimentazioni coeve che rende la lettura di ampio respiro e mai rivolta all’autoreferenzialità, facendo emergere il ritratto di un artista aggiornato, curioso. Le dichiarazioni dirette sono riportate isolate nell’impaginazione e sempre visivamente riferite a un’opera esemplificativa, una scelta che facilita l’identificazione e gratifica l’occhio. La scrittura scorre come l’ordinata espressione di un impianto critico pulito, ben calibrato sulla poetica di Icaro che è sempre riferita all’ibridazione della scultura con il suo opposto, l’assenza, l’attraversamento dello spazio di vuoto compreso tra uno o più elementi. Come fa la pausa nella musica, un campo di studi imprescindibile per Icaro ed emergente nella narrazione. In questa ricerca, l’idea e la pratica vengono costantemente messe in discussione, si procede solo per tentativi, per vedere cosa succede, cosa risulta da un’azione ripetutamente diversa e provata su ogni sorta di materiale, gesso, terracotta, ferro, plastica, marmo, qualche volta colorati e spesso al naturale, assemblati, isolati nella verticalità o resi percorribili. L’edizione è completata da un’appendice biobibliografica, un saggio di Elena Volpato e un’antologia di testi critici di Bruno Corà, Flaminio Gualdoni, Dore Ashton, Pier Giovanni Castagnoli, Fabrizio D’Amico, Mario Bertoni, Mauro Panzera e Martin Holman.
Mario Francesco Simeone
Paolo Icaro
faredisfarerifarevedere
a cura di Lara Conte
Mousse Publishing, 2016
508 pp, 45 euro

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