Categorie: Libri ed editoria

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di - 16 Febbraio 2014
Nella monografia curata da Germano Celant scorre la vita del grande artista italiano.
Dalla prima opera scultore del ’59 alle ultime potenti installazioni che sfidano lo spazio.
Il destino delle opere d’arte è a volte controverso e imperscrutabile. Le opere attraversano il tempo, gli spazi, i luoghi, alcune volte si eclissano, per poi apparire nell’immaginario collettivo rinnovate e arricchite delle esperienze di quanti ne hanno custodito la memoria. La monografia di Eliseo Mattiacci, curata da Germano Celant (edita da Skira), ripercorre 50 anni di creazioni attraverso fotografie,immagini, racconti, ricordi e ritagli di giornale, in una sequenza cronologica che costituisce la struttura portante del catalogo.

Dalla prima opera scultorea del 1959, Paesaggio lunare, in cui Mattiacci buca una lastra di metallo simulando i crateri dell’ancora lontana e agognata luna, si percorre con sorprese, l’intero suo percorso artistico. Si ritrovano opere che hanno costituito un caposaldo del comune bagaglio di esperienze visive e non solo, mi riferisco al Tubo giallo (1967) che si snodava lungo, case, galleria, e interi quartieri.
Una serie di fotografie di Claudio Abate ricostruiscono le azioni di quegli anni.
Ripercorriamo attraverso queste uniche e preziose testimonianze visive: Cilindri praticabili (1968), la scultura Salta Ostacoli (1968) e l’azione nel garage di via Beccaria, di Fabio Sargentini.
A fare da complemento alle numerose fotografie gli intensi racconti che ne vivificano la storia. Mattiacci ricorda così l’ingresso nel 1969 all’Attico di Sargentini: «Il compressore era arancione e blu molto colorato: una sorta di ready made. Nonostante l’aspetto così inequivocabilmente meccanico, la sua lentezza nel muoversi gli toglieva parte di questa meccanicità e gli conferiva qualità misteriose. Ci sono voluti tre giorni per portare la pozzolana dentro lo spazio e per creare con essa un percorso per il compressore».
Per Mattiacci era il tempo del passaggio, del processo da una visione mobile ad una visione immersiva della natura. Come descrive Celant nell’intenso saggio introduttivo, il corpo prende il posto del rullo compressore, diventa il territorio di passaggio, di filtro attraverso cui percepire assorbire la mappa segreta dell’universo.
Nell’opera 12 radiografie del proprio corpo (1971) è l’energia dei raggi X a trasmettere l’esperienza fisiologica del corpo che cattura energia. Da questa immersione nello studio della sua struttura corporea, arriva alla definizione di una visione cosmica.
Negli anni Ottanta sempre più spesso sfida le grandi dimensioni, realizza sculture utilizzando lastre di acciaio cortèn, e diversi elementi in ferro. In Carro solare del Montefeltro (1986) esposto per la prima volta a Pesaro, tre enormi dischi sono posizionati in equilibro, a catturare energia solare. Sulle superfici delle grandi installazioni di questo periodo segna le rotte dei pianeti, le ellissi delle traiettorie celesti, i cerchi concentrici degli ordini cosmici. Dà forma a frammenti di infinito, traccia traiettorie tra la Terra e mete remote, costruisce macchine che sembra captino immagini da molto lontano: come in un’opera del 2006 realizzata nello spazio antistante una antica fonderia a Reggio Emilia, Danza di astri e di stelle, dove lastre di acciaio sono posizionate quasi a comporre un vecchio libro di astronomia.
Un’immagine suggestiva della recente installazione di meteoriti alla Galleria dello Scudo, chiude questo ricco diario per immagini, costruito attraverso una griglia flessibile che permette di scrutare il “cosmo” di Mattiacci nella sua interezza e complessità.
Mattiacci
Autore: Germano Celant
Editore: Skira
Data pubblicazione: 2013
Pagine: 440
Euro: 85,00

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