Categorie: Libri ed editoria

READING ROOM | La collezione come creazione

di - 24 Gennaio 2013
Nel suo Vergrösserungen pubblicato per la prima volta in Einbahnstrasse (Ernst Rowohlt Verlag, Berlin 1928), Walter Benjamin traccia le fragili linee della collezione partendo da una figura, il Bambino disordinato, che seleziona e accumula le cose per raggiungere – secondo una linea autoeducativa – la conoscenza delle cose stesse. «Ogni sasso che trova, ogni fiore che raccoglie e ogni farfalla che cattura sono per lui l’inizio di una collezione, e una sola grande collezione è, ai suoi occhi, tutto ciò che egli comunque possiede. Nel bambino», aggiunge Benjamin, «questa passione mostra il suo volto autentico, il severo sguardo da indiano di cui negli antiquari, nei ricercatori e nei bibliofili non resta che un bagliore offuscato e maniacale». Perché è solo nel bambino che è possibile scorgere il volto di un cacciatore. Cacciatore «di sogni», di segni che affonda lo sguardo «dentro il mondo della materia».

«I suoi anni di vita nomade sono ore nel bosco dei sogni» avverte ancora Benjamin. «Da là trascina a casa il bottino per pulirlo, consolidarlo, liberarlo dagli incantesimi. I suoi cassetti devono trasformarsi in arsenale e serraglio, museo del crimine e cripta». Devono essere, insomma, luoghi protetti, ambienti totali suggerirebbe Baudrillard, segrete nelle quali conservare e accumulare le proprie scelte, i propri tesori.

La collezione si presenta, così, nella mente del bambino, come la creazione di un mondo (del mondo). Come un territorio attraverso il quale conoscere e appropriarsi la realtà. Ma anche come un progetto dolce volto ad indicare «un sogno, una fantasia profonda, che tocca punti radicati nell’io e nell’uomo, con un particolare rapporto sia con il vivere sociale sia con l’individualità delle persone».

Ma cosa accade quando parliamo di collezione come forma d’arte? Quando esaminiamo il cammino di una collezione che si pone, appunto, come parte integrante dell’opera? E cosa quando parliamo di collezionismo contemporaneo? Di artista come collezionista?

A queste e altre domande ha risposto, di recente, Elio Grazioli con un recente volume, La collezione come forma d’arte (Johan&Levi, Milano, 2012, pagine 128, euro 18), che non solo racconta le passioni e le ragioni che stanno alla base del collezionismo, ma traccia anche alcuni programmi che portano, oggi, a trasformare la collezione in opera d’arte. A valutare una figura dell’arte, l’artista, che si pone, esso stesso, come collezionista.

Accanto ad un’avvincente ed esaustiva storia del collezionismo, alla metamorfosi della collezione e della selezione di opere o oggetti d’ogni genere (le collezioni «cambiano di continuo, si rinnovano come e con i movimenti artistici: a ogni nuova tendenza sulla scena, la precedente passa in cantina o in magazzino, quando non va addirittura venduta, e i collezionisti si fanno a loro volta direttamente o indirettamente mercanti»), Grazioli, accosta una storia di artisti-collezionisti che si intreccia a racconti, a mostre e progetti. Ad interventi creativi attraverso i quali «la forma del collezionismo entra […] a far parte delle modalità del fare arte; gli artisti raccolgono ed espongono collezioni quali opere proprie». Tra questi Grazioli annovera, in primis, Joseph Cornell e Robert Rauschenberg. Due artisti che, assieme alle linee dell’Independent Group, costruiscono connessioni, assemblaggi, raccolte. Ma anche, via via, una serie di progetti (Rejkjavik Sliders di Dieter Roth, Sessanta verdi naturali di Maurizio Nannucci, Sichtbare Welt di Fischli&Weiss, Les Abonnés du téléphone di Christian Boltanski e C’est la vie! di Sylvie Fleury ne sono alcuni), di territori complessi e plurali in cui «l’attività collezionistica e quella propriamente artistica» convivono, compartecipano alla stesura di un pensiero.

di Antonello Tolve

Titolo: La collezione come forma d’arte

Autore: Elio Grazioli

Editore: Johan & Levi

Anno di pubblicazione: 2012

ISBN: 9788860100726

Pagine: 128

Prezzo: 18 Euro

@https://twitter.com/antonellotolve?lang=it

Nato a Melfi nel 1977, è critico d’arte e curatore indipendente, e docente presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata. Ha conseguito il Ph.D all’Università di Salerno ed è stato visiting professor in diverse università. Tra i suoi libri ABOrigine (2012), Esposizione dell’esposizione (2013), Ubiquità (2013) e La linea socratica dell’arte contemporanea (2016).

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