Molto è stato scritto su come le tecnologie digitali abbiano eroso la nostra soglia d’attenzione e la capacità di permanere nel presente. Ma cosa accade quando questo nuovo regime attentivo si scontra con uno dei luoghi tradizionalmente deputati alla contemplazione prolungata, ovvero il museo? E cosa significa, oggi, guardare un’opera d’arte quando lo sguardo stesso è dislocato, intermittente e sovrastimolato? Come gli stessi artisti si sono adattati, consciamente o meno, a questo nuovo tipo di visione?
Nel suo ultimo libro Disordered Attention: How We Look at Art and Performance Today (Verso, 2024), la storica dell’arte Claire Bishop affronta questi interrogativi attraverso quattro saggi e una corposa introduzione, tracciando una genealogia della distrazione come categoria estetica e politica. Fin da subito, la Bishop si discosta da una bieca critica di questa situazione, facendo notare come quella che spesso viene denunciata come disattenzione possa invece essere intesa come un nuovo tipo di esperienza estetica: più frammentata, certo, ma forse anche più adatta al paesaggio mediatico in cui viviamo. Lungi dall’essere una pura patologia, la disattenzione diventa così una forma di sensibilità adattiva.
Radicando la sua ricerca nella storia della museografia, la Bishop mette in risalto come l’idea di essere del tutto assorti nella contemplazione di un’opera non sia un qualcosa di endemico all’esperienza dell’arte, ma una visiona relativamente recente. Solo verso il finire del Diciannovesimo secolo, infatti, linee ordinate di dipinti hanno cominciato a sostituire le affollate quadrerie dei Salon parigini, richiedendo una concentrazione individuale e protratta nel tempo. L’idea di un pubblico contemplativo — silenzioso, educato e borghese — ha coinciso con la normalizzazione del bianco espositivo e con l’esclusione di ogni rumore, movimento o interruzione. E, come la Bishop rende ben chiaro, ciò è infuso di un elemento fortemente classista, che ha trasformato il termine “distrazione” in un giudizio morale.
Oggi, prosegue Bishop, quel medesimo giudizio viene riservato a quelle opere che ci invitano a scattare una foto, ad andarcene dopo pochi minuti, o ad abbandonarci alla molteplicità di stimoli sensoriali.
Research based art, performance, interventi “virali” e lavori formalmente debitori al Modernismo: Disordered Attention propone una lettura aggiornata di queste forme contemporanee, in cui l’interruzione e la mediazione tecnologica non rappresentano più una minaccia, ma un terreno fertile per ripensare la nostra esperienza estetica.
Senza cedere né alla nostalgia né al panico morale, la Bishop ci invita perciò a osservare come l’arte contemporanea non solo sopravviva a questo nuovo regime attentivo, ma lo assorba e lo metta al lavoro, trasformando l’attenzione “disordinata” in una strategia artistica.
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