Fondante per la critica culturale, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica è un saggio risalente al 1936 scritto da Walter Benjamin. Redatto in 5 diverse versioni tra il 1935 e il 1939, fu la terza versione del 1936 ad essere pubblicata per la prima volta su una rivista teorica a Parigi nello stesso anno, con traduzione in francese curata da Pierre Klossowski. Il saggio arriva in Italia nel 1966 edito dalla casa editrice Einaudi, rifacendosi però all’ultima stesura di Benjamin del 1939. L’opera diventa presto un testo canonico per quanto riguarda l’estetica e la filosofia del 900.
«Nel giro di lunghi periodi storici, insieme con le forme complessive di esistenza delle collettività umane, si modificano anche i modi e i generi della loro percezione sensoriale» (W. Benjamin, p.III). È con questa citazione, fulcro del senso del libro, che si apre il grande dibattito sulla percezione dell’arte in epoca moderna e contemporanea; può l’arte, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, conservare la sua Aura sacrale? Partendo dall’invenzione della fotografia, passando poi per il cinema fino alla fruizione contemporanea sui mass media, come l’arte può mantenere il suo status di unicità? L’opera d’arte, in fin dei conti, è sempre stata riproducibile anche molto prima dell’avvento della fotografia, attraverso la grafica e le tecniche di stampa. Ma è proprio con l’avvento della fotografia e del cinema che si ha una vera e propria rivoluzione sociale, trasformando la riproduzione in un procedimento artistico indipendente ed autonomo. L’opera d’arte è tale perché contiene dentro di sé il concetto di Hic et nunc (qui ed ora), ovvero l’autenticità e l’originalità irripetibile; ma come questo aspetto può conciliarsi con i nuovi metodi di riproduzione artistica? Secondo Benjamin ciò che viene a mancare in una riproduzione “massiva” è il concetto di Aura: la riproduzione annulla l’evento unico e favorisce la quantità legandosi strettamente ad una società di massa. Ma se da una parte abbiamo un ragionamento che va a distruggere la compatibilità tra arte e riproduzione annullando il concetto di Aura, dall’altro leggiamo i semi di una rivoluzione che colpisce la produzione e la fruizione dell’arte contemporanea: se prima l’opera d’arte viveva in una società basata su una percezione che vedeva l’oggetto artistico in chiave sacrale, in epoca moderna l’idea di arte cambia e si adatta ad una tipologia di società che ha bisogno di un “vedere” democratico. La teoria dell’arte proposta da Benjamin mette al centro del discorso la rivoluzione tecnica in grado di maturare nella società perché è la spiritualità dell’arte che lo permette, mutando ed adattandosi nel tempo e nello spazio.
Tra le pagine del saggio, non sensibile al passare del tempo ed estremamente contemporaneo, si leggono molti spunti e riflessioni sullo stato dell’arte e sulla filosofia che l’accompagna da sempre. Mantenendo una posizione critica per nulla semplicistica, la tesi sostenuta da Benjamin ha creato un bacino di pensiero ibrido e fondante per la contemporaneità, tutt’oggi preziosissimo e dalla quale attingere.
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