Pensare ai cambiamenti che attraversano il mondo e che lo accomunano in un destino di apparente disgregazione ai corpi umani, a quelli delle specie animali e vegetali, è ciò che attraversa Noi senza mondo di Laura Pugno, edito da Marsilio editore, 2024. Pensiero che l’autrice, poeta, saggista, traduttrice e studiosa tra le più rilevanti del panorama contemporaneo italiano, estende anche al corpo della scrittura.
Non un saggio, né un memoir e neppure un romanzo, piuttosto un metatesto più prossimo, per forma e contenuto, ad un un diario di letture, un diario di viaggio, un quaderno intimo di pensieri crepuscolari.
A causa di questa sua natura ibrida, Noi senza mondo è esplicitamente un collimare di molti altri libri o pseudo-libri, come fosse un limpido e luminoso percorso pensato per introdurci, senza traumi, ai tempi della fine. Molti sono i testi che al suo interno il lettore trova squadernati e riproposti, dall’antropologia narrativa di Matteo Meschiari, all’etologia vegetale di Stefano Mancuso, fino alla poesia di Montale.
Quale potrebbe essere il ruolo della letteratura e della poesia dopo la fine del mondo che conosciamo, verrebbe da chiedersi a questo punto? Ce lo spiega la stessa Pugno:
«Siamo senza più l’illusione del mondo, di un certo mondo: ma vogliamo sperare che ne restino infiniti altri, perché la letteratura ha sempre, come ogni sistema segnico, incorporato dentro di sé un certo grado di futuro».
Con la sua scrittura frammentata e immaginifica, mai sensazionalistica, Laura Pugno ci accompagna in un universo fatto di perdite, scomparse e metamorfosi, l’unico nel quale sembra possiamo pensarci ancora in grado di vivere.
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