Renato Bianchini è un collezionista sui generis. Ama circondarsi di ciò che gli piace, di artisti in linea con le sue idee, che compiono fianco a fianco il suo stesso percorso intellettuale. Da anni è impegnato nelle Marche ed in Abruzzo nella promozione coraggiosa ed attenta della giovane arte italiana, da collezionista a critico-curatore-organizzatore, basti pensare a Fuori Uso a Pescara (uno degli appuntamenti artistici più
Bianchini, come direbbe Politi, lavora nel Far West, dove non esistono ancora spazi istituzionali veri e propri e dove l’arte contemporanea è un lusso che bisogna accaparrarsi con le unghie e con i denti.
Proprio per questo S. Benedetto del Tronto quest’anno ospita nella sede di Palazzo Bice Piacentini (la stessa che l’anno scorso vide i fasti oliviani di A.B.O. le arti della critica) la mostra homeless, curata da Gloria Gradassi, con opere provenienti dalla collezione privata di Bianchini.
Un palazzo storico, una dimora aristocratica, che apre le porte, paradossalmente, agli homeless , agli artisti che sono per eccellenza dei senza-tetto, dei cittadini del mondo senza fissa dimora. Ecco quindi che stanza dopo stanza, si snoda un percorso che è insieme arte e vita, memoria e passione: dal tappeto di fibre di cocco di Armentano con la simbolica scritta (in caratteri islamici): Benvenuto, al The collector di Francis Alys, armadio portatile-vettura dell’artista nel suo peregrinare per Città del Messico, per arrivare all’analisi sulla condizione umana di Urs Luthi messa in atto con e attraverso il proprio corpo (l’opera l’Uomo mascherato) e alle infinite manipolazioni di Luigi Ontani (in mostra diverse fotografie dell’artista, tra cui la bella Tentazioni, del 1971). Decisamente splendide le fotografie di Matt Collishaw, enphant terrible
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