Sono sette gli artisti che inaugurano Fuorizona, il nuovo spazio per l’arte contemporanea diretto da Sandro Acquatici.
L’eleganza formale dell’opera di Maurizio Arcangeli (Montecosaro, Macerata, 1959), posizionata nella parete antistante l’entrata, attira e affascina lo sguardo. Così allestita Clessidra diventa perno della mostra e contemporaneamente incita a guardarsi intorno grazie ad un contrasto cromatico particolarmente sonoro -i complementari rosso e verde- che produce una spinta centrifuga.
Sommari nella definizione, con una tinta di base fondamentalmente monocroma, i dipinti di Andreas Leikauf (Obersteiermark, Austria, 1966) presentano particolari come fossero frammenti di situazioni. Un’impressione sostenuta anche da una modalità espositiva serrata, singolare, quasi ad incastro. Immagini immediate, anche per l’evidente vicinanza al linguaggio del fumetto e del cinema, completate da frasi che -indirizzandone la comprensione- colpiscono e inquietano.
Una visione manipolata della realtà, quella proposta nelle opere di Karin Andersen (Burghansen, Germania, 1966), nella quale ci appaiono creature dalle strane caratteristiche, come fossero a metà fra l’uomo e l’animale. Abituati agli effetti speciali e ai miracoli della genetica le scene proposte, attraverso ambientazioni attuali e riconoscibili, diventano verosimili sottolineando, non senza turbamento, aspetti importanti della nostra società.
Volti, colti di fronte o di profilo con uno sguardo ravvicinato e mosso, resi con colori intensi e artificiali. Così Anya Janssen (Nijmegen, Olanda, 1962) sposta l’attenzione sulla sfera emotiva portando, mediante espressioni e gesti stravolti ed esasperati, a riflettere sulla condizione esistenziale dell’uomo. Mara Aghem (Torino, 1977), utilizza tinte vivaci e accattivanti e presenta immagini attraenti, dalla figurazione stilizzata e sinuosa. Queste opere, vere e proprie tentazioni, apparentemente leggere e disimpegnate, prendono ispirazione dal mondo giovanile del quale rivelano l’aspetto più disincantato e reale. Never lost e Always found, di Katrin Plavcak (Gutersloh, Germania, 1970), disarmano e suscitano un senso di impotenza. Un’impressione di non finito, provvisorio, che fa avvicinare a questi dipinti distrattamente ma che, proprio per tale definizione formale, indirizza e concentra l’attenzione sul soggetto. Monica Carocci (Roma, 1966) porta la casualità e la sensibilità soggettiva ad essere protagoniste dell’immagine. Cinque fotografie di fiori, ottenute con un procedimento complesso durante il quale l’artista interviene più volte sull’immagine, sia durante lo sviluppo che successivamente. Così l’opera diventa proiezione di uno stato d’animo, un ambiente rarefatto nel quale dominano le sensazioni.
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