Una nuova metafisica si apre attraverso gli scatti di un giovane fotografo bolognese che ha fatto del corpo l’oggetto principe della sua poetica. L’ultima ricerca di Stefano Scheda va, però, ben oltre la semplice visione del suo ideale estetico. Rielaborando, infatti, il linguaggio pittorico -fatto di atmosfere artificiali di luce- di un de Chirico attraverso riprese fotografiche disorientanti, l’artista indaga una nuova
Gli asettici contesti architettonici nei quali vengono ritratte le statuarie composizioni umane citano l’estetica minimal e post-industriale del quotidiano. Risultano sacralizzati da un trattamento di cosmesi che ammorbidisce le ruvide pelli di cemento armato. In questo gioco di ambigua reciprocità tra la ferma staticità dei corpi e il sorprendente dinamismo di superfici e volumi architettonici, traspare il netto contrasto fra il tessuto umano teso e impenetrabile e quello urbano sgretolabile e avvolgente.
I continui cambiamenti del piano visivo accentuano quel senso di vertigine che anima la vita e la scena di questi paesaggi, dove la presenza umana sarebbe comunque percepibile. La luce, giustamente naturale, ma verosimilmente improbabile per il capovolgimento imposto al senso di visione, con la sua presenza, assenza e ritmo, intrattiene l’osservatore in semplici acrobatici inganni di cui l’umanità è vera
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