Emanuela Sforza nasce come fotografa di teatro. Fin dagli anni settanta, periodo a cui risalgono le sue prime opere, la fotografa marchigiana, dedica la propria attenzione quasi esclusivamente al balletto. Ritrae le pose, è affascinata, come lei stessa afferma, dai gesti, dai volti delle ballerine che si muovo sul palco.
Ad un certo punto però, sente l’esigenza di uscire dalle quinte ristrette di un teatro per puntare l’obbiettivo sul mondo esterno ecco che escono diverse serie sui paesaggi della propria terra, sul terremoto, sulle donne marchigiane.
Indipendentemente dal soggetto rappresentato alla base del suo lavoro c’è sempre la volontà forte di rappresentare una dimensione intima e decisamente poco comune delle cose.
Come un compagno di viaggio nasce da un incontro con Wladimiro Tulli (recentemente scomparso), quando Emanuela Sforza sente la necessità di indagare attraverso gli scatti della sua macchina fotografica la dimensione intima e la gestualità della conversazione. Sarà proprio lui – non a caso gli viene dedicato il catalogo – a spronarla a continuare questo percorso, contattando personalmente gli altri artisti. Così, semplicemente, prende vita una galleria di dodici serie di straordinari ritratti.
La Sforza viola delicatamente gli ambienti intimi delle case e degli atelier proponendoci ritratti lontanissimi da quelli, ufficiali, che siamo abituati a vedere sui giornali. Sono vere e proprie indagini di una dimensione privata in cui gli scatti diventano il compendio di una conoscenza sicuramente più intima.
Una fotografia in cui tutto si gioca sull’istante, momenti di vita familiare in cui si vede Arnodlo Ciarrochi in compagnia della moglie o Tullio Pericoli che abbraccia i figli; momenti di concentrazione e solitudine in cui gli sguardi di Pomodoro, di Piattella, di Trubbiani o di Mattiacci sembrano perdersi nel vuoto, mentre Sguanci e Mussio vengono colti di spalle mentre si allontanano dall’obbiettivo.
Il senso della fotografia di posa, della fissità di un immagine costruita è lontano. Quelle dell’artista marchigiana sono il documento tangibile di un momento reale. Il tempo di uno scatto per cogliere Uncini mentre sceglie un’asta di metallo per un opera, Valentini al tavolo da disegno o Vangi con le mani affondate nell’argilla.
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stefano verri
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