Deaccessioning, la tanto discussa vendita delle collezioni museali. Nell’articolo pubblicato sul n. 110 di exibart.onpaper (potete recuperarlo qui) ci eravamo lasciati con una domanda: «Come potrebbe essere accolto il deaccessioning in Italia, la culla della cultura, la patria di quei nomi che hanno fatto grande la Storia dell’arte? Sarebbe inteso come un’opportunità per rafforzare l’economia, sul modello americano? Oppure come una minaccia, con il rischio di disperdere le collezioni?». Lo abbiamo chiesto proprio a loro, ai direttori museali italiani, per scoprire da vicino un fenomeno decisamente controverso; e poi ci siamo spinti oltre i confini, in giro per l’Europa, per ampliare la nostra prospettiva.
Qual è la sua opinione sul deaccessioning americano? Il recente allentamento delle norme è da intendersi come un’opportunità? O piuttosto come una minaccia, con il rischio di disperdere le collezioni?
«Per i musei tedeschi il deaccessioning non è un’opzione e sono molto felice che sia così dal momento che noi stessi, come museo, riceviamo molte donazioni da collezionisti privati. Perché dovrebbero regalarci un’opera e non venderla loro stessi, sapendo che tra 10, 20 anni il museo potrebbe metterla in vendita? C’è poi la questione di cosa vendere, perché i gusti, le opinioni e le valutazioni possono differire nel corso degli anni, dei secoli. Ciò che un direttore e un team curatoriale ora considerano degno di essere ceduto, tra 30 o 40 anni potrebbe essere ambito, perché nel frattempo le opinioni potrebbero essere cambiate. Quindi è fondamentale che nessuna parte della collezione sia venduta».
Diversi musei hanno optato per la vendita di grandi nomi delle proprie collezioni. Non avete mai pensato a quale opera sottoporreste al deaccessioning e a eventuali criteri da seguire, se fosse possibile? Se vendereste un solo capolavoro o più lavori minori, ad esempio?
«No, non abbiamo mai preso in considerazione la vendita di un pezzo, non venderemmo né un capolavoro né un’opera minore, per noi ogni opera d’arte è ugualmente importante una volta entrata nella nostra collezione».
Nel tentativo di mantenere vivi i musei e il mondo dell’arte in tempi così difficili, crede esistano alternative ragionevoli al deaccessioning che potrebbero avere la stessa efficacia?
«In questi tempi difficili, penso che un’alternativa sensata al deaccessioning possa essere di convincere la gente a sostenere di più il museo, e questo lo possiamo vedere qui, nei musei tedeschi. Al Museum Ludwig, ad esempio, a causa della pandemia abbiamo dovuto raccogliere ulteriori fondi per la nostra mostra su Warhol e questa soluzione ci ha effettivamente aiutati. I privati hanno donato soldi per sostenere la mostra. È anche importante che lo Stato e la città sostengano le mostre in questi tempi ed è in effetti ciò che accade in Germania».
Potete leggere l’inchiesta sul deaccessioning sul nuovo numero di exibart.onpaper oppure sulla versione pdf, scaricandola qui: exibart 111
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