14 novembre 2020

Deaccessioning, la vendita delle collezioni museali: opportunità o minaccia?

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Rothko, Rauschenberg, Marden, ma anche Warhol, Cranach e Courbet: l’elenco di capolavori messi all'asta dai musei continua a infittirsi

Jackson Pollock, Red Composition (1946). Deaccessioning
Jackson Pollock, Red Composition

Quando lo scorso maggio, in pieno lockdown, Hellmouth Banner suggerì di tokenizzare la Gioconda, la sua proposta suscitò non poco scalpore; e l’imprenditore Stéphane Distinguin gli fece subito eco quando, a distanza di qualche giorno, domandò se non si fosse costretti a «vendere la Gioconda per non vendere il mondo intero». Insomma, che si trattasse di una boutade o meno, di una mera provocazione o di un effettivo piano di rilancio, l’idea di Banner ha riacceso i riflettori su un’arte intesa come asset class. E lo sanno bene i musei americani, che in questi mesi frastagliati, tra rinvii, attese e sconvolgimenti continui, hanno intensificato il fenomeno del deaccessioning, la tanto discussa vendita di opere museali.

Il deaccessioning dei musei americani: i casi degli ultimi mesi

A fronte della crisi globale, che nemmeno i prestiti del Payroll Protection Program (PPP) sono riusciti ad arginare, l’Association of Art Museum Directors (AADM) ha dovuto rivedere le restrizioni degli ultimi anni. Ebbene, a partire da aprile 2020 e fino al 2022 – in nome della direct care delle collezioni, sempre e comunque – i musei americani possono procedere con il deaccessioning delle proprie opere, e non soltanto per acquistarne di nuove (come già accadeva in passato).

Via libera quindi all’Everson Museum di Syracuse, che affida Red Composition di Jackson Pollock a Christie’s per ricavare fondi e acquisire opere di donne e di artisti di colore; ma anche al Brooklyn Museum, che a settembre ha annunciato la vendita di 12 dipinti (tra cui un Cranach e un Courbet) per sopperire agli effetti della pandemia. E non si tratta quasi mai di lavori secondari, s’intende, ma di nomi altisonanti del calibro di Mark Rothko, Andy Warhol, Clyfford Still, Robert Rauschenberg e Brice Marden.

Straordinario, in questo senso, il caso del Baltimore Museum, che a ottobre comunicava la cessione di tre masterpiece a Sotheby’s per un incasso lampo da $65 milioni. «Questa è un’iniziativa basata sulla visione, non sulla disperazione», dichiarava il direttore Christopher Bedford, spiegando come, nel disegno del Baltimore, la vendita dei dipinti mirasse a un miglioramento delle condizioni, e in modo particolare agli aumenti salariali.

Lucas Cranach il Vecchio, Lucretia. Deaccessioning
Lucas Cranach il Vecchio, Lucretia

Eppure, sembrerebbe, neanche l’America è del tutto pronta a un salto così grande: poco prima dell’inizio dell’asta, il Baltimore ha ritirato due delle tre opere all’incanto per sgonfiare il polverone di polemiche che si era creato intorno alla faccenda. Troppe recriminazioni, perfino le dimissioni di due membri del consiglio di amministrazione; e infine il museo ha ceduto.

Non solo l’America: le nuove rotte del deaccessioning

Insomma, il deaccessioning sembra incarnare un modello vincente in termini di ripresa – o, perlomeno, di ammortizzamento rapido dei costi – ma le controversie continuano a infiammare gli animi e i dibattiti americani. Quando poi, inaspettatamente, la Royal Academy di Londra considera l’opzione di vendere il Tondo Taddei di Michelangelo anziché licenziare 150 dipendenti (si parla di circa £100 milioni di stima), anche l’Europa si accende.

Nel Code of Ethics dell’ICOM-International Council of Museums sono definite le casistiche per cui il deaccessioning, qualora consentito, può essere applicato da un’istituzione museale; ed è sempre l’ICOM a sottolineare che «il deaccessioning di un oggetto dovrebbe essere intrapreso con la piena comprensione del suo significato, del suo carattere e di qualsiasi perdita di fiducia pubblica che potrebbe derivare da tale azione». Non è una decisione da prendere a cuor leggero, in altre parole, e senza aver vagliato altre strade.

Se la Nascita di Venere, un giorno, non fosse più custodita nelle sale degli Uffizi? O non ci fosse più modo di ammirare Apollo e Dafne tra le opere della Galleria Borghese? Si tratta di due casi estremi e assolutamente improbabili (come quello della Gioconda, d’altronde), ma piuttosto emblematici di uno scenario sempre più diffuso. A questo proposito, sorge una domanda che – solo per il momento – lasciamo volutamente aperta. Come potrebbe essere accolto il deaccessioning in Italia, la culla della cultura, la patria di quei nomi che hanno fatto grande la Storia dell’arte? Sarebbe inteso come un’opportunità per rafforzare l’economia, sul modello americano? Oppure più come una minaccia, con il rischio di disperdere le tanto celebrate collezioni del Bel Paese?

1 commento

  1. Sicuramente emblema di una umanità in sfacelo: in tempi di crisi economica tutti vendono, in tempi di prosperità umanistica tutti comprano.

    Come al solito le ragioni non sono in nulla di quello che si racconta nei media, ma nella mancanza di valori umani. L’uomo ha perseguito solo il valore del denaro, del profitto, speculando, e questo è il risultato: una torre fatta con la sabbia.

    Quei capolavori furono il frutto di una ricerca umana e interiore dei primi coraggiosi collezionisti, lungimiranti e ingegnosi. Ora, in mano alla miseria della speculazione diventeranno nulla, perché nullo è il valore umano intrinseco che gli attuali detentori gli attribuiscono, ma solo gli attribuiscono un valore commerciale, che in tempi di crisi non regge più.

    Se li amassero veramente non li venderebbero, questa è l’essenza del vero collezionista.

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