A commemorative plaque on a Māori short club. Sotheby’s London.
È successo ancora. Una casa d’aste ha messo in vendita manufatti antichi e qualcuno ne ha chiesto la restituzione. A rivendicare oggetti preziosi – si chiamano taonga, per la precisione – è stavolta una tribù Māori in Nuova Zelanda, il popolo Ngāti Whātua, che accusa Sotheby’s di mettere all’asta rari esemplari del patrimonio della loro storia. La vendita sotto i riflettori: un incanto online fino al 19 gennaio, tutto incentrato sul tesoro collezionato dalla mercante inglese Emma Hawkins – incluso un pounamu (detto anche greenstone club) stimato fino a £ 40.000. «Abbiamo davvero pochissimi di questi taonga e tesori rimasti in nostro possesso», ha dichiarato al Guardian Ngārimu Blair, vicepresidente del popolo Ngāti Whātua. «Quando salta fuori qualcosa del genere siamo entusiasti, ma anche addolorati per aver perso così tanto». Arriva presto anche la risposta della casa d’aste, riportata ancora dal Guardian: «Sotheby’s», rivela un portavoce, «sostiene i più elevati standard di mercato e riconosce la significativa responsabilità di condurre la propria attività in modo responsabile ed etico in conformità con tutte le leggi e i regolamenti globali».
Storie di vendite e di richieste di restituzioni, più o meno vorticose. Come quando, lo scorso febbraio, il Messico chiedeva l’annullamento di un’asta parigina di Christie’s che includeva 39 opere mesoamericane e andine, manufatti di culture precoloniali con valori compresi tra € 4mila ed € 900mila (ve ne parlavamo qui). O ancora nel 2021, quando la Selkirk Auctioneers & Appraisers ha messo in vendita Picture Cave, una grotta “sacra” del Missouri decorata con quasi quasi 300 dipinti policromi realizzati dai nativi americani: a nulla sono valse, allora, le rimostranze della tribù Nazione Osage, né tanto meno il tentativo di aggiudicarsela all’asta – irraggiungibile la migliore offerta finale da $ 2,2 milioni avanzata da un acquirente anonimo (qui). I tesori all’asta dalla tribù Māori si aggiunge a una lunghissima serie.
Ancora un caso recente, ben noto e incredibilmente affine, che non ha a che fare con la vendita all’asta: la scorsa settimana, la Grecia ha chiuso i battenti alle trattative per il prestito dei marmi del Partenone al British Museum, rivendicandone la legittima proprietà. «Ribadiamo, ancora una volta, la ferma posizione del nostro Paese, che non riconosce la giurisdizione, il possesso e la proprietà delle sculture da parte del British Museum, in quanto sono il prodotto di un furto», ha affermato senza mezzi termini il Ministero della Cultura (tutti i dettagli qui).
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