Cy Twombly, Untitled, 2005. Courtesy: Phillips
C’è un capolavoro di Cy Twombly all’asta da Phillips. Si chiama Untitled, è la seconda tela per grandezza della serie Bacchus e potrebbe fare scintille nel corso della 20th Century & Contemporary Art. Le coordinate: 15 novembre, a New York. Fascia serale, ovviamente, come per tutte le opere di un certo valore. La stima: $ 35-45 milioni. A fronte di quella tela da record del 1968 che, nel 2015, da Sotheby’s, fissava il traguardo di $ 70,5 milioni. «Con l’aggiudicazione dei dieci prezzi d’asta più alti per le opere di Twombly tutti registrati nel corso degli ultimi otto anni», dichiara Jean-Paul Engelen, Presidente, Americas e Worldwide Co-Head of 20th Century & Contemporary Art, «è chiaro che il mercato per l’artista statunitense sia più forte che mai».
Uno sguardo ravvicinato a questo dipinto monumentale – misura 324,5 x 487,7 cm. «Rosso sangue, rosso vino», incalzano subito dalla casa d’aste. Poi una narrazione di quelle pennellate spesse, vorticose, del pigmento che cola. C’è anche il paragone con l’Iliade: la scia di rosso vino-sangue è accostata punto a punto all’episodio in cui Achille uccide Ettore e lo trascina in cerchio su un carro, intorno alle mura di Troia. «Non solo la linea rossa di Twombly macchia il terreno marrone chiaro», si legge sul catalogo, «ma la sua stessa struttura incarna quel momento all’apice dell’emozione, quando la mente si separa dal corpo e l’atto di agire è la forza trainante. Twombly mette in atto questo su una scala di proporzioni epiche. Così facendo, Untitled si colloca nel canone della grande tradizione della pittura storica».
Iconico, monumentale, storico, forse epico. Un soggetto che, formalmente, non è troppo distante dalla serie delle Blackboard, le lavagne dei segni tanto care a Roland Barthes. Ma con un rinnovato vigore, con un’urgenza, un’energia tutta nuova che si accumulano, frenetici, sulla superficie del quadro. Un lavoro che «fa riferimento alla duplice natura dell’antico dio del vino», dice ancora Engelen, «dell’ebbrezza e della dissolutezza greco-romana». Gli fa eco Nicholas Serota, direttore della Tate: per lui Untitled è un inno «al vino e all’abbandono, al rigoglio, alla libertà ».
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