Ph. Credts: Casey Kelbaugh. Courtesy: The Armory Show
247 gallerie, 6 sezioni, 30 Paesi di rappresentanza. A pochi giorni dal grande esordio di Frieze Seoul, ecco aprirsi le danze – dall’altra parte del globo – con l’ormai storico Armory Show di New York. Quando? Dal 9 all’11 settembre, con preview domani, giovedì 8 settembre, solo su invito. Dove? Negli spazi del Javits Center, venue scintillante dell’evento già dal 2021. Ma anche fuori dalle mura, stavolta, con interventi di arte pubblica sparpagliati per la città – incluso il torneo di tennis degli US Open, nel Queens, con sculture su larga scala che raggiungono un target tutto nuovo. «Dopo quasi tre decenni», dichiara Nicole Berry, Direttore Esecutivo di Armory, «la fiera continua a sostenere l’eccellenza nelle arti visive». E allora pronti, iniziamo. Giro in fiera attraverso alcuni highlights dell’edizione 2022, per dare il via alla New York Art Week.
Prima tappa, uno sguardo a qualche nome italiano. A partire da Francesca Minini, che va in scena con artisti come Carla Accardi, Matthias Bitzer, Armin Boehm e Landon Metz. Massimo De Carlo, reduce dalle buone vendite di Seoul, propone tra gli altri Dennis Kardon, Tony Lewis e Paola Pivi. Galleria d’Arte Maggiore G.A.M. alimenta il dialogo tra Claudine Drai e il regista tedesco Wim Wenders, in un (poeticissimo) incontro-scontro tra tecniche e materiali delicati, inusuali. E c’è anche Mazzoleni tra i protagonisti del Javits Center, con una selezione tutta al femminile, che unisce nello stesso stand la ricerca di Carla Accardi, la sperimentazione di Marinella Senatore (inclusi i più recenti Autoritratti e inediti collage), e poi Rebecca Moccia e Melissa McGill, che studia le increspature infinite dell’acqua nel suo These Waters del 2021.
Non solo. Al booth F24, Eduardo Secci punta i riflettori sulle opere di grande formato di José Carlos Martinat, che indaga questioni ambientali attraverso temi politici e personali. Vistamare ci accoglie, tra gli altri, con lavori di Eileen Quinlan, Ettore Spalletti e Rosa Barba, mentre il progetto Approaching Abstraction di Victoria Miro espone tra gli altri anche la giovane Flora Yukhnovich – l’artista dei record che lo scorso marzo, da Sotheby’s, ha raggiunto il tetto dorato di $ 3,6 milioni.
Ancora qualche anteprima, si passa agli espositori internazionali. Bella l’iniziativa della Cristea Roberts Gallery di Londra, con quelle stampe di Paula Rego che fanno luce su un tema discusso, incredibilmente attuale – l’aborto e la sua legalizzazione (prezzi tra i $ 5mila e i $ 15mila, parte del ricavato sarà devoluta all’organizzazione Abortion on Demand). Mariane Ibrahim festeggia 10 anni d’apertura con artisti come M. Florine Démosthène – nel novembre 2021, il suo But I Have To andava all’asta da Phillips per oltre $ 27mila, solo per rendere l’idea. Occhi puntati, da David Zwirner, sulla mitologia greca e romana di Chris Ofili (il suo record d’asta resta insuperato dal 2015, ammonta a $ 4,5 milioni), ma anche ai lavori della scultrice pakistana Huma Bhabha – nuovo acquisto della galleria.
Non scarseggiano gli attori dell’arte contemporanea tra i corridoi ampi dell’Armory, da Peres Projects (che ha da poco aperto una sede a Seoul) ad Almine Rech, da Repetto Gallery a Kavi Gupta, dritti fino alla brasiliana Galeria Nara Roesler. Si riscaldano i motori, nella Grande Mela. E l’arte contemporanea è pronta a mordere, ancora e ancora.
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