Fotografie, disegni e installazioni. Questi i mezzi espressivi con cui Tarin Gartner ci introduce alla sua particolare prospettiva di ragazza israeliana a Milano.
Il titolo della mostra, tarin meets garten, che allude emblematicamente all’incontro/scontro di due identità nella stessa persona, non si riferisce esclusivamente all’attrito tra mondo orientale e occidentale, ma anche alla collisione tra dimensione individuale e storia collettiva. Da un lato, infatti, Tarin vuole comunicare con i suoi disegni –infantili nel tratto, ma dal messaggio graffiante– la rivendicazione quasi urlata a essere considerata come individuo e non solo in funzione della situazione del suo popolo. Prendendo le distanze da atteggiamenti di autocommiserazione o di spietata denuncia, l’artista sceglie di non schierarsi e di attraversare la vita con rinnovata leggerezza. Non è un caso che in Ho il mal di testa si autorappresenti come una
Nella fotografia Gesher, l’artista si rappresenta nella posizione del “ponte”, piegando il suo corpo in un arco che unisce due pietre spaccate, a simboleggiare un possibile riavvicinamento tra il popolo israeliano e quello palestinese. Questo segnale di fiducia nella capacità umana di rimarginare anche le ferite più profonde si accompagna però alla lucida consapevolezza della difficoltà del dialogo e a un’ironia spiazzante. Nella parte superiore della stampa sono infatti applicate due fotografie di piccolo formato, accostate secondo una logica paradossale: l’una raffigura una famiglia palestinese bloccata da due soldati israeliani; l’altra un ragazzo che passeggia indossando una maglietta con la scritta insensata “Tarin has long nails”.
silvia margaroli
mostra visitata il 16 gennaio 2004
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