Barbara Ceccatelli (Prato, 1970) è una simpatica peperina, squinternata e logorroica; contro il luogo comune che vuole l’artista poco avvezzo a raccontarsi e a descrivere le proprie opere, lei non vede l’ora e ci si diverte pure.
E questa stessa esuberanza emerge fortemente nelle opere: il piccolo spazio bresciano è invaso da una cascata di colori, di materiali sintetici, di peluche e pupazzi.
Un eccesso kitsch e pop, zuccheroso da far venire il diabete, una Toontown chiassosa e divertente, un universo infantile che però nasconde dei risvolti concettuali perfino drammatici; e questo scarto, questo secondo livello di percezione che offre la mostra, dopo il primo impatto assolutamente attraente, è una gradevole sorpresa e il sintomo di una capacità comunicativa non comune.
Quella dei pupazzi, negli anni recenti del concettuale ironico, è diventata quasi una corrente autonoma, quando non addirittura una forma di manierismo. Tra bambole e fantocci, se ne trovano per tutti i gusti: ci sono quelli dipinti da Laylah Ali, Brugola, Dzama, Gilberti, Fantapop, Farber, Johanson, Nara, Picco, Vukoje, quelli fotografati da Khazem, Longo, Piccinini, White, quelli creati da Cattelan, McCarthy, Murakami, Royal Art Lodge, Salvatori, Waters, quelli digitali di Manetas e quelli veri, assemblati da Mike Kelley (al quale Barbara strizza più di un occhio), infine quelli sottintesi dall’immaginario infantile di Chiara, Bersani, Dana Wyse, ecc.
Proprio Dana Wyse suggerisce una lettura per l’installazione Syntheticolorgy, nel verso di una trasmigrazione di costumi, ossessioni e perversioni dell’età adulta nell’immaginario infantile; un processo che, letto al contrario, diventa critica sociale verso bambini cresciuti troppo in fretta, mini-adulti già vittime dello stress e dei vizi della maturità. Un dejà-vu, almeno pensando alla ritrattistica settecentesca, piena di gentiluomini imbellettati in miniatura e piccole damine con gioielli e merletti.
Ecco dunque che il cagnone con un collare fetish, incatenato alla sediolina, prelude ad una volontà di sottomissione e assoggettamento, con deviazioni di carattere sessuale, ribadita nella foto di un fanciullo mascherato con lo stesso collare.
Contro la solitudine e la noia delle faccende domestiche, lo Sponge vacuum cleaner, aspirapolvere personalizzato ricoperto da spugne colorate da lavapiatti e peluche, con l’optional di una bambolina che mostra le grandi tette, può essere un rimedio per le casalinghe.
E’ invece una cover (per dirla alla Senaldi) Buddha Sinclair, che riprende l’immaginario del noto artista scozzese e lo trasferisce in un budda di perline colorate in kilt, il noto motto Real life sulla schiena, durante una vacanza fuori porta all’ombra delle palme.
Infine il tranquillizzante cuore di peluche rosa Happy riot si incrudelisce nelle armi imbracciate dai pupazzetti al centro di esso.
Barbara Ceccatelli, a fronte di una vaga fragilità concettuale e qualche limite imposto dalla scelta dei materiali, ha nell’estro e nella capacità comunicativa le risorse per puntare a risultati convincenti.
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