Una mostra che si pone come sfida e risarcimento di un ingiustificato oblio e di un superficiale disinteresse verso un linguaggio artistico che, nella sua ancestrale coerenza, trova humus vitale nelle insopprimibili esigenze comunicative umane.
Un doveroso riconoscimento nei confronti di un continente, l’Australia, che nasconde nelle incolmabili distanze e nelle più remote tradizioni la chiave cifrata per tradurre e comprendere l’arcano messaggio della sua arte, da sempre plasmata dallo spirito più profondo della propria terra.
Un’arte che segue antichi percorsi spirituali, tracce di una cultura religioso-sacrale fortemente impregnata della bruta materialità del paesaggio stesso, custode geloso dei suoi canti più antichi e dei suoi riti più oscuri.
Canti che gli artisti di Ampilatwatja (comunità aborigena a circa 320 Km da Alice Springs), sembrano voler tradurre nel linguaggio visivo di piante, cespugli, sorgenti e paludi, soggetti che traspirano in modo pieno e vibrante la purezza di una visione di arcana memoria.
Attraverso un minuto accostamento di punti, le loro opere riproducono coloristici tessuti che, nell’implicita stratificazione comunicativa, attestano profonda fiducia nella possibilità linguistica della pittura.
Tessuti pittorici che seguono fedelmente sia la singola individuale originalità, sia il valore culturale collettivo, racchiudendo una gamma di possibilità espressive tale da non concedere alcuna prevedibile soluzione.
Un’espressione collettiva che traspare anche dalle opere degli artisti australiani, frutto di contaminazioni linguistiche che, nella loro ferma coerenza, non rinnegano certamente un comune humus culturale.
Basti osservare i bruniti paesaggi di Sidney Nolan, “impressioni composite” di terre sorvolate a bordo di aerei, trasformate tramite ondate pietrificate in un mare dell’entroterra; i gridi di protesta di Albert Tucker, le cui immagini iconiche traducono in modo espressionista i paesaggi australiani; oppure il “vocabolario della rappresentazione” di Arthur Boyd, definito “molto inglese” per i toni panoramici intimi ed accurati.
E non si dimentichino le eleganti parafrasi minimaliste di Robert Jacks, la cui Veste irresistibile rende un romantico omaggio alla Donna Seduta di Picasso; le atmosfere tese di James Gleeson, surrealisticamente sospese tra bellezza e morte, precarietà e distruzione, tradotte nei colori alchemici di un’astrazione liberatoria per il proprio inconscio; ed infine il ritratto dell’oncologo Ian, proposto da Peter Churcher quale moderno santo caravaggesco.
Una contaminazione linguistica che nelle sculture di Andrew Rogers acquista, invece, toni ludico-creativi di sincera spontaneità ed entusiasmo espressivo, grazie ad una coerenza logico-formale in grado di superare qualsiasi rigidità materica.
In un sottile intreccio di realismo, simbolismo e surrealismo, lo scultore australiano coniuga ritmicamente figure umane e strumenti musicali, stilizzazioni zoomorfe e raffigurazioni astratte di elementi naturali, nella ricerca di una comune definizione espressiva che sappia rivelare un’emozione di atemporale libertà e di ferma positività.
Una positività che non significa facile superficialismo o banale ottimismo ma che, al contrario, vuole esprimere attraverso forme attorcigliate, curve e spiraliformi, una fiduciosa esigenza di continua rigenerazione, crescita e sviluppo, in una visione vitale capace di lenire le più profonde tragedie storiche di tutti i tempi.
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Fantastico. Uno sguardo sul mondo...
Australia, terra interessante che ospita molti italiani e genti provenienti da popoli diversi, dove respiri il vivere unito di persone diverse , di religioni diverse, dove impari a rispettare tutte le idee, usanze.
Una mostra interessante, sia per l'arte aborigena che di artisti australiani, alla Fondazione Mudima, Milano.
Ho visitato molte parti dell'Australia, tutta bella, sia per la modernità delle grandi città che per le varie località dove gli emigrati si sono inseriti in fattorie.
In particolare mi ha colpito, del North Queensland , Innisfail, (The sugar industry) , per la raccolta della canna da zucchero.
Un grazie alla Fondazione Mudima per averci fatto conoscere artisti di quella terra.