Prima mostra italiana dello scozzese Neil Tait, uno dei pittori più affascinati della Young British Art ma anche uno dei più schivi – al contrario dei suoi colleghi inglesi- a mostrare il suo lavoro sotto una luce sensazionalistica.
Circa una ventina di lavori di piccole e medie dimensioni proiettano il visitatore in un’atmosfera di forte stato di concentrazione: per i dettagli sfuggevoli, per i visi insieme diafani e tangibilissimi. I soggetti sono spesso ritratti, ora indifferenti ora tristi o spettrali, come nel caso di Child il cui volto sembra non più appartenere al mondo dei vivi.
Una pittura sempre discreta ma che a ben guardare racconta leggere inquietudini che improvvisamente affiorano dalla banalità di piccole oggetti, di piccole cose. Lo stesso fremito controllato fa scoprire di tanto in tanto un dettaglio capace di svelare l’angoscia celata nell’immagine. Come in Dancing, bellissima opera dove la figura umana appena riconoscibile sembra essere in stato di gestazione per arrivare ad una “forma” definita, con echi del miglior Graham Sutherland.
Il colore, che in alcune tele sembra ancora fresco, è applicato con profonda volontà del gesto. L’apparente sensazione di casualità, di non finito, ad un analisi più attenta, si mostra sempre come il risultato di una scelta calibrata dall’artista che lascia persino intuibile il disegno a matita sotto gli strati più leggeri dei colori ad olio, conferendo ai lavori un aspetto liquido, ancora da concludere.
La stessa sospensione e precarietà è stata intelligentemente intesa da chi, allestendo la mostra ha scelto di offrire le opere tramite una messa in scena minima: le tele sono montate alle pareti senza cornici nè didascalie, lasciandole al loro puro statuto di opere di pittura, aperte al solo commento della calda luce diffusa nelle sale.
Percorrendo gli spazi della galleria ci si può persino stupire della diversità dei registri pittorici adottati dall’artista. In alcuni lavori appaiono evidenti i richiami alla tradizione pittorica britannica: Bacon, Sutherland appunto, mentre altre ricordano Philip Guston o addirittura Cézanne. Fino a giungere ad un curioso dipinto surreale (Tree/Bird) che sarebbe piaciuto a Max Ernst. Senza mai lasciare però che questi riferimenti diventino mere citazioni, ma una colta elaborazione di stili, per giungere ad un risultato personalissimo.
Ogni cambio stilistico si può concepire come un impercettibile movimento verso il senso del mutare. Ed in tale movimento appare chiara la provenienza di quelle figure, alcune prese da riviste, quotidiani o da immagini preesistesti, ripensate successivamente attraverso la pratica pittorica, intesa da Teit come un inquieto processo di conoscenza.
La stessa irrequietudine che porta l’artista a cambiare apparentemente stile di rappresentazione per raccontare ogni singolo soggetto che sceglie, adattandosi in questo modo, non solo alla forma ma anche all’anima delle cose.
riccardo conti
mostra visitata il 19 febbraio 2004
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