Chi era Christopher Dresser? Appassionato botanico frequentò le Government Schools of Design fondata nel 1837. Sì, 1837: e qui bisogna fare un passo indietro, ricostruire lo scenario entro cui si mosse questo geniale manipolatore di forme e materiali.
In perfetta sincronia, saggi critici e percorso espositivo, ci restituiscono un brano di società estremamente complesso ed evoluto sul piano organizzativo (una società ben indagata nei saggi di Michael Whiteway e Augusto Morello).
Il principe Albert e, insieme a lui, Pugin Owen Jones e John Ruskin sapevano cos’era un buon design: accuratezza nella scelta dei materiali e subordinazione alla sua funzione.
E poi il Museo di South Kensington (l’attuale Victoria and Albert Museum) realizzato per migliorare gli standard del design. Destinatari? Gli studenti. Brevetti per tutelare l’originalità delle opere. C’era già tutto: la teoria, la storia e la promozione. Una storia che in mostra si può ripercorrere nella piacevole sequenza di foto d’epoca, stampe, immagini per riuscire ad immaginare cosa fosse un flusso di sei milioni di visitatori nel 1851. Sfogliando i cataloghi di quelle e delle successive fiere si comprende quindi anche l’originalità di Dresser nel mare magnum di eclettismi, finti lavori artigianali, neo-luigi XV-XVI, impossibili cucchiai…
Comincia il viaggio sotto il segno di un’idea chiarissima: “La vera decorazione è di origine puramente mentale, e consiste soltanto di immaginazione o emozione simbolizzate. Perciò sostengo che la decorazione è non solo arte, ma un’arte elevata (…) persino più elevata di quella praticata dagli artisti figurativi, essendo essa totalmente di origine mentale”.
Le vetrine della mostra espongono oggetti provenienti da raccolte private come quella di Sophie Cox, John Scostt, Andrew McIntosh Patrick e Gilbert & George, ma sono riordinati seguendo il filo rosso delle manifatture per cui collaborò: Minton, Hukin and Heath, James Dixon & Sons, Linthorpe Pottery…
Per ogni manifattura un materiale diverso: ceramica, rame, metallo, argento, vetro, legno, ghisa, terracotta, tessuto, e mai un errore sintattico. Di grande coerenza intrinseca ogni forma, sia essa di matrice naturalistica o spinta all’astrazione più essenziale, come si vede nelle creazioni successive al viaggio in Giappone, visitato nelle sue 68 fabbriche di ceramica e in cento templi, il tutto documentato nel 1876 in più di mille fotografie!
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La mostra è sorprendente. Dresser è incredibile: i suoi oggetti anticipano il design contemporaneo